Intervista a Enrico Pusceddu

di Mara Cervelloni

6 Luglio 2020

Enrico Pusceddu è un artista, un formatore, un creatore pieno di ispirazione ed energia, un fiume di iniziative e porta avanti corsi, workshop e diversi progetti nel mondo accademico. Un suo progetto editoriale che vi invito a tenere assolutamente d’occhio è la rivista Insight: un prodotto davvero ben strutturato, dal design affascinante e di alta qualità sia al tatto che alla vista e con dei contenuti realizzati ad hoc da diverse figure professionali. 

La rivista ha anche un profilo Instagram che consiglio assolutamente di seguire, perché dimostra la capacità di ragazzi giovanissimi di creare un prodotto carico di contenuti visivi di grande ispirazione e qualità.

Da quando ho deciso di scrivere l’intervista ad Enrico mi ronza in testa un episodio particolare della mia vita da studentessa.

Durante l’università ho avuto modo di sentir dire una frase bellissima da Bernardo Bertolucci in occasione di un seminario. La frase diceva: “paghiamo il biglietto del cinema per fare tutti insieme lo stesso sogno”.

Ci siamo trovati a vivere intere e interminabili giornate dentro le nostre case, a stare in una dimensione di chiusura e isolamento che mai ci saremmo immaginati e poi, come alla fine di un innaturale letargo, stimo piano piano tornando ad annusare l’aria, a toccare le cose, a condividere gli spazi. In questi mesi la tecnologia ci ha portati dentro a musei virtuali, a girare tra opere d’arte incastonate nei nostri device e ora stiamo assistendo alla riapertura delle gallerie e dei musei, riportandci alla consuetudine dell’esperienza condivisa dell’arte.

La frase di Bertolucci mi fa pensare a tutto il mondo dell’esperienza artistica, che ognuno di noi interiorizza in maniera individuale ma che non può essere scissa dal contesto della condivisione, per cui, parlando di esperienza, con te ho l’occasione di avere un punto di vista doppiamente interessante: ci racconti cosa è per te l’esperienza dell’opera, da artista e da spettatore?

L’esperienza dell’opera sia come artista, ma ancor più nello specifico come comunicatore prima e fruitore dopo è strettamente collegata allo stretto connubio tra pensiero formale e pensiero astratto e allo stesso tempo un abbracciare il mondo delle idee e delle deduzioni in stretto accordo con il reale e il concettuale, tramite quel sottile meccanismo inconscio che si rivela nella dinamica del presente.

Un continuo provare o riprovare difronte all’ esperienza, dell’operare e del fruire, una zona “riemozione” che trova la sua interiorizzazione nella consapevolezza fruitiva e operativa, che spazia da: il bello e il brutto, il letterale, l’analogico e il metaforico, il reale il sano e il folle, il comico e il serio… perfino l’amore e l’odio, ma come hai precisamente sottolineato, il tutto non può non prescindere dal contesto della condivisione allo stesso tempo individuale e collettiva.

Condivisione del pensiero nella sua trasposizione “tra pensare e fare” che si concretizza nell’atto creativo nella ricerca di indagare e dialogare di volta in volta con materiali diversi, ascoltandone il suono interiore che determina la semantica del linguaggio esteriore. 

In questo dialogare il tramite tra fruitore ed opera risulta dominante.

Emotività interiore ed esteriore, nella quale il pensiero visivo riflette sé stesso nell’intento di far affiorare in superficie il dualismo spazio – luce.

 Lo spazio che situa… la luce che rivela. Il vuoto prende corpo e il segno va a tracciare all’interno del campo il proprio racconto, affidando alla reminiscenza, spessori di memoria.

“Pensare esige immagini e le immagini conducono a un pensiero”.

 

La cosa che salta più all’occhio osservando la nuova filosofia di fruizione dei musei è la presenza e il contributo della tecnologia, ci racconti il tuo punto di vista su questo fattore che ormai sembra imprescindibile?

Da dove parte il rischio? La realtà oggettiva, obiettivamente, in questo preciso momento storico non è delle migliori, nella nostra quotidianità c’è qualcosa di veramente incompatibile con la superficialità dell’affrontare gli eventi che si susseguono in un tempo ricco di mutamenti e trasformazioni.

La realtà è una cosa seria e voler fare qualcosa di buono in questo personale viaggio chiamato vita “costa”, è difficile, ci sono opposizioni e difficoltà, che vanno affrontate con una sapiente e congrua gestione della tecnologia a tutti i livelli.

Se rimaniamo solo persone attaccate a un telecomando o ad altri amnicoli di qualunque genere che ovviano e si sostituiscano ai nostri concreti atti oggettivi, sensoriali e sentimentali, ci renderanno sempre più dipendenti da protesi tecnologiche, così facendo, si corre il rischio di divenire ciechi e sordi irrimediabilmente.
Il progresso tecnologico è importante e valido, se sapientemente gestito e attuato. Il suo contributo va gestito in maniera appropriata e ben organizzata. La fruizione dell’arte necessita oggi più che mai, del duplice apporto, reale e virtuale, ma non si può prescindere dalla concretezza del reale.

Non trovo che ci sia qualcosa d’imprescindibile, lo abbiamo provato in questo periodo di pandemia.

Trovo che sia importante uscire fuori da schemi e abitudini che ci condizionano anche nei confronti dell’esperienza di fruizione dell’arte

Arriva sempre un momento nel quale è necessario fermarsi per riflettere e interrogarsi, sul dove stiamo andando? Dove ci porta la condotta del nostro operare tecnologico e non, esteriormente e interiormente? 

È importante in qualunque cammino che intraprendiamo, puntare all’obiettivo che ci si è proposto,  migliorare la qualità dell’esperienza fruitiva, conoscitiva, con consapevolezza analizzando attentamente quello che facciamo e le ricadute sociali economiche culturali, sia a livello interiore, sia esteriore riguardo diversi aspetti fondanti e imprescindibili per una concreta esperienza di conoscenza, discernimento e fruizione delle raccolte museali, pinacoteche, esposizioni permanenti e gallerie d’arte.

Ti chiedo un gioco di fantasia: ci racconti come immagini l’esperienza dell’arte al massimo della tua immaginazione?

L’immaginazione, l’immaginario, l’immaginifico per far emergere attraverso l’arte un paradigma a livello di esperienza, quale ordine di perfezionamento e compimento delle istanze sensoriali ed emotive, fra il se interiore, esteriore e la vita, passando inevitabilmente per “le realtà dell’essere”.

Ho sempre interposto tra me e il mondo un filtro sensoriale e creativo al tempo stesso, con il fine di dare senso e forma al pensiero in coesione e in armonia con il cosmico, l’arte è inevitabilmente la quintessenza dell’universo che ci abita..

Rendendoci a un tempo unisono creatore e creatura.

Al massimo della mia immaginazione la metafora sta all’allegoria. Considerando l’allegoria un travestimento dello stesso nella forma dell’altro, mentre penso alla metafora come evocazione dell’altro nello stesso. 

E allora… se hai fatto volare un aquilone, sai che è un’esperienza sensoriale unica e non sempre facile. Se manca l’aria devi correre per farlo volare e fluttuare nel cielo. Altrimenti devi attendere che si alzi la brezza e in un istante senti l’aria che ti carezza le mani, la corda che tira, la resistenza del vento. 
La libertà è tutta lì, cosi come l’arte

Ecco come metaforicamente immagino la mia esperienza dell’arte.

Durante il lockdown su Instagram la rivista insight ha lanciato una serie di stories sotto l’ashtag #iocreoacasa proiettandoci dentro l’esperienza della creazione dei tuoi studenti, ci racconti questa idea?

L’idea è nata in stretto relazione e grazie alla mente di tre ragazze facenti parte della redazione di Insight – La cultura dell’altro, Danila, Sara e Chiara.

#iocreocasa è un’iniziativa nata il 9 marzo 2020, giorno in cui è stato dichiarato l’inizio del lockdown nazionale in Italia, Dopo l’iniziale preoccupazione per l’incertezza di quello che sarebbe successo nei giorni avvenire, prendemmo la decisione di provare, nel nostro piccolo, a scuotere e sollevare l’animo degli studenti che si sono improvvisamente trovati chiusi a casa, come tutti d’altronde, lontani dagli stimoli esterni. #iocreoacasa è stato lanciato ufficialmente il 10 marzo 2020 su instagram e facebook. Il nostro intento è stato quello di legarci all’hashtag #iorestoacasa, lanciato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, così da creare una connessione e cercando inoltre di raggiungere un bacino più ampio di persone. 

Nonostante la nostra iniziativa sia nata con l’inizio del lockdown, si è conclusa con la fine della prima quarantena. Tuttavia, l’iniziativa e l’hashtag continuano ad essere attivi tramite le storie dei relativi social.

L’obiettivo principale di #iocreoacasa è stato, e continua ad essere, quello di coinvolgere tutti gli studenti delle varie Accademie di Belle Arti, delle Università, dei licei ed artisti di ogni genere, al fine di dimostrare che dinnanzi alle difficoltà i giovani non si perdono d’animo, dando voce alla loro creatività sotto forma di colori e forme. Un’ancora che ha permesso a tutti noi di mantenere la calma per poter affrontare con obbiettività e leggerezza la situazione nella quale siamo stati tutti imprigionati. Una prigione che da grigia qual era si è tinta a poco, a poco di sfumature delicate, frizzanti, pungenti ed anche delicate, ognuna caratterizzata dallo spirito creativo di ciascun artista. Abbiamo dimostrato, attraverso quest’iniziativa, che i giovani possono divertirsi rispettando comunque le regole, e che esse non possono fermare l’immaginazione e l’arte, bensì creare nuovi stimoli! È per questo che abbiamo pensato a sei categorie, affinché tutti potessero trovare quella a loro più affine e con la quale esprimere appieno le proprie sensazioni: affacciati e condividi, frammenti di una giornata, mood del giorno, un claim al giorno toglie il virus di torno, quante zampe ha?, il tuo spazio creativo e l’artwork per rappresentare l’#iocreoacasa.

Le categorie sono state distribuite nei diversi giorni e potevano dunque essere rappresentate con qualsiasi mezzo espressivo, senza limiti di tecnica o di strumento. 

#iocreoacasa oltre ad essere stata un’esperienza divertente e con riscontri esterni positivi, si è rivelata comunque impegnativa e piena di responsabilità nei confronti di un pubblico vasto e diverso: dallo studente al professionista. 

Danila Domizi: “Lavorare ad #iocreoacasa è stata un’esperienza emozionante e molto stimolante, ha reso la quarantena divertente e mai noiosa, trasformando un periodo che per molti è stato pesante, in qualcosa a tratti piacevole. Nello specifico mi sono occupata principalmente della creazione della grafica e della progettazione della struttura da dover seguire poi in fase di pubblicazione su Instagram. In coordinazione con Sara De Grandis, mi sono anche occupata della pubblicazione sul social di facebook. #iocreoacasa è stata un’esperienza unica, sono soddisfatta di poter dire che tutto il processo, dall’idea alla fase di pubblicazione, è stata opera di tre persone che hanno deciso di lasciare un segno, seppur minimo, durante un periodo tanto spaventoso”

Sara De Grandis: “Durante la pianificazione del progetto di #iocreoacasa, mi sono occupata della realizzazione delle illustrazioni che sono andate ad impreziosire la grafica ideata da Danila Domizi. Una volta strutturata la grafica, scelti i social sui quali lanciare l’iniziativa e gli orari nei quali pubblicare i post, siamo partite a tutti gli effetti con l’hashtag.
Mi sono inoltre occupata della gestione del canale social di Instagram (@rivistainsight) programmando e gestendo i singoli post e le storie, senza mai perdere di vista l’interazione con gli utenti. Coinvolgere il pubblico, che si trattassero di studenti dell’Accademia o personalità al di fuori di essa, è stato fin dal principio il nostro obbiettivo primario: spingere gli utenti a occupare il loro tempo in modo creativo!”

Chiara Coppola: “Durante l’iniziativa #iocreoacasa principalmente mi sono occupata delle didascalie e testi. L’esperienza della quarantena a causa del Covid-19 ha cambiato totalmente i nostri ritmi, la nostra quotidianità. Gli studenti si sono ritrovati divisi, lontani e con il rischio di sentirsi soli. Non volevamo che questo accadesse, perciò abbiamo pensato a come potei sentire ancora vicini. L’emozione del primo post che lanciava l’hashtag è stata forte e spaventosa ma da subito ci siamo rese conto di essere circondate da una comunità con cui, attraverso la condivisione, abbiamo vissuto al meglio l’impatto di questa esperienza, eravamo lontani, certo, ma la stavamo affrontando insieme e nel modo più creativo possibile.”

Come immagini in ritorno fisico all’interno degli spazi espositivi? Sempre da spettatore e da artista. 

Lo vedo come un problema di riconnessione ad ampio spettro. Non è solo un problema relativo al ritorno fisico, ma in particolar modo al riassetto e alla riorganizzazione, in alcuni casi totale e in altri parziali.

In questo periodo di pandemia, siamo stati invitati a partecipare a infinite visite virtuali, ora ristabilire un contatto con la realtà potrebbe risultare un po’ faticoso: ci vorrà tempo, per ritrovare un equilibrio tra esperienza virtuale e reale. Le nostre sinapsi necessitano una riorganizzazione spaziale emotiva temporale.

La fruizione dell’arte, come spettatore ed artista allo stesso tempo, è cosa seria almeno per quanto mi riguarda. Percepire una forma, spazio, volume, superficie … è cosa ben diversa se fatta virtualmente o concretamente in uno spazio di condivisione.

Siamo invasi più che mai da nuovi termini come: social distancing, run space, reduced budgets, enrich economically, overconsumption, branding museum … che contraddistinguono sempre più, a torto o a ragione, gli spazi espositivi riguardo a: l’organizzazione, la gestione e la loro vita. Questi aspetti provocano una serie di reazioni a catena, non sempre di facile attuazione.

A tal proposito, preferisco l’innovativo concetto coniato, svariati anni fa, da Louis Hautecoeur ed Henri Focillon, del “museo come “milieu vivant”, “organismo vivente destinato a un processo di crescita permanente e di trasformazione della sua forma e delle sue funzioni”

Oggi più che mai il museo e gli spazi espositivi sono diventati luoghi dove andare a passare il tempo, un pò, permettimi, irreverentemente come i centri commerciali.

Per definizione il Museo è, o meglio dovrebbe essere, un’istituzione permanente senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che effettua ricerche sulle testimonianze materiali e immateriali, del suo ambiente, le acquisisce, le conserva, le comunica e specificamente le espone per scopi di studio, istruzione e diletto.

Devo dire che mi affascina molto, tanto per usare una nuova terminologia, il concetto di “Slow museum”, ossia il favorire una esperienza più intima ed esclusiva tra il pubblico e le opere di un museo, o di uno spazio espositivo, una relazione culturale più stretta che possa sedurre il visitatore e indurlo a tornare per approfondire l’incontro a livello emotivo, sensoriale e intellettuale. Ma anche il ripensare lo spazio espositivo, come luogo d’incontro culturale, formativo ed esperienziale.

 

Ora ti faccio una domanda e ti chiedo di rispondere da insegnante, come insegni ai tuoi studenti a trasmettere le loro creazioni? Come insegni l’esperienza dell’arte? 

L’insegnamento è allo stesso tempo un’arte e un atto d’amore.

Come prima cosa sottolineerei l’importanza del riflettere nello specifico sulla formazione, dell’artista e dell’individuo, la formazione non è da considerarsi come mera istruzione intesa in molti casi come travaso di contenuti mentali da una testa all’altra.

La formazione o se preferiamo l’educazione, è la cura della formazione del sentimento dell’individuo.

Sentimento e passione sono alla base della creazione, per questo è importante accompagnarli in questa crescita del sentimento.

Quando enuncio la parola “sentimento” sto dicendo una cosa di difficile interpretazione perché?

Per natura abbiamo le pulsioni, tra natura e cultura ci sono le emozioni, da intendersi come risonanza emotiva dei nostri gesti. Non sempre troviamo nell’individuo questa risonanza, nel contesto attuale è molto difficile rendersi conto della differenza reale della risonanza emotiva.

Come riferimento a quanto sopra, emerge l’importanza dell’imparare, attraverso la riflessione e la conoscenza, quindi l’arte come territorio d’incontro e di comunicazione, trasmissione di stimoli e riflessione estetica dei sentimenti, delle emozioni e degli stati d’animo.

Da qui la rilevanza di formare e educare ad apprendere il vocabolario dell’apparato sentimentale e visivo, non avendo la consapevolezza del linguaggio c’è un’inconsapevolezza dell’operare e allo stesso tempo del vivere e dell’interagire da qui scaturisce l’importanza dell’incontro.

L’incontro con l’arte è un atto nel quale ci si predispone a sentire sensorialmente, emotivamente e culturalmente il meccanismo creativo tramite il pensiero e la sua materializzazione. Qui entra in gioco l’aspetto tecnico e creativo al fine di dare forma, senso e concreta espressività al linguaggio comunicativo dell’arte. Tutto ciò in stretto connubio tra tecniche, tecnologie, strumenti e materiali.

La loro conoscenza, il sapere, il padroneggiare e ascoltare il suono interiore dei materiali, nella loro più intima struttura, fa si che se ne sfrutti a pieno il loro potenziale artistico ed espressivo, generando in progress la consapevolezza del fare.

Cosi come saper accettare l’errore, mettersi in gioco, provare e riprovare, soffrire e gioire, in un corpo a corpo continuo tra artista e creazione qualunque essa sia. 

Qual’è il tuo prossimo progetto?

In questo momento la mia testa è come un frullatore, ci sono più cose alcune già avviate altre in attesa di prendere corpo, in continua lotta tra tempo e situazioni contingenti.

A breve uscirà per la Lupetti Editore un nuovo libro “Storie di Vita di Arte e di DSA” un viaggio dentro la realtà concreta delle cose, testimonianza di arte e di vita nel quale si riassumono la capacità di saper accogliere, affrontare e dominare: diversità, eterogeneità e complessità del sociale in riferimento e non solo alle problematiche del DSA per addentrarsi e riflettere, consapevolmente e tangibilmente, sul diversamente atro che alberga dentro e fuori di noi. 

Allo stesso tempo sto concludendo un libro fotografico “Ipso Praesente” che vede la figura dell’angelo interprete di un omaggio sulla città di Roma. Un viaggio tra atmosfere diverse in un arco temporale che raccoglie e accoglie il contrappunto della trama della vita: la divisione tra stare e andare, tra Essere e Nulla, tra effimero ed eterno 

Il nostro “viaggiare erratico” oltrepassando il semplice andare del nomade, divenendo in itinere un transitare che resta nel mezzo delle contraddizioni, le comprende e da esse riparte ancora, per vedere come sempre nuovo, il mondo intorno a noi e dentro di noi.

Pensieri per immagini, colte nel loro tempo istantaneo, all’interno le foto sono accompagnate nel loro svolgersi temporale da una raccolta di poesie, esplorazioni di mappe, materia su materia e ancora evocazioni, ma di stati, di coscienza e di conoscenza, che indagano e rivisita spessori di memoria che resta comunque, a piacere o a dispetto della consapevolezza, un mistero dell’impermanenza umana.

E poi qualcosa di più ambizioso e complesso, affiancare alla rivista Insight “La cultura dell’altro” due nuovi canali comunicativi radio e televisione, che avranno, sempre se tutto va in porto e il vento sarà propizio, un palinsesto caratterizzato da un format che vuole coinvolgere tramite contenuti e approfondimenti a 360 gradi nel campo della comunicazione un target ampio dai 20 ai 100 anni. 

Il fine … unire, conoscenze e competenze che suscitino saperi, sapori, emozioni, correlazioni, riflessioni e spunti operativi, che mirino a risvegliare e raccogliere punti divista, testimonianze ma anche intrattenere il pubblico ricreando una zona ri-emozione ad ampio spettro. In fondo in fondo dare ancora senso e sostanza a questo nostro stupendo viaggio chiamato vita, ricco di sorprese, emozioni, esperienze, che caratterizzano il nostro essere strettamente congiunti l’un l’altro, in questo immenso campo magnetico che lega tutti noi all’universo cosmico.

Grazie

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