Fare e Insegnare User Experience

di Enrico Tanno

17 Giugno 2020

Accademia delle Belle Arti Campo Boario

3 minuti di lettura

Si parla di User Experience ovunque, nei ristoranti, nei locali e nei bar, oltre che nelle aziende. Sia per esigenze di mercato che di trend questa materia è entrata nella quotidianità delle persone, dopo essersi instaurata con forza nel mercato. Le tecnologie hanno aperto un ecosistema digital su questo fronte straordinario, e ora più che mai nell’era post Covid, i sistemi di compravendita on line si sono instaurati brutalmente nella vita quotidiana delle persone, entrando dalla strada delle necessità primarie: soddisfare i propri bisogni senza dover uscire di casa. Così come sono esplosi i sistemi di prenotazioni on line e le app di riunioni di gruppo, sia in ambito lavorativo che ludico e informale.

In questo post (lungo vi avverto ma ve la caverete con 3 minuti di lettura)  vi racconterò la mia personale esperienza di UX designer e di insegnante, senza la pretesa di imporre delle regole in un ambito in cui di regole rigide in realtà non ce ne sono. 

Esistono delle guide, è vero, delle informazioni che creano dei trend e dei consigli su come incanalare il vostro design in binari ben specifici, e sono anche molto preziosi, ma di leggi e regole universali in materia ad oggi non ce ne sono. Esiste il concetto di qualità del lavoro, e ci sono dei canoni di usabilità e accessibilità da rispettare, nonché delle nozioni e dei “buoni consigli” per rendere il vostro applicativo affidabile, solido e ben navigabile.  Tuttavia la User Experience è un campo in cui ancora l’artigianato della singola persona fa la differenza (per fortuna aggiungerei).

Il designer che si occupa di User Experiece è, nella maggior parte dei casi, un visual designer specializzato in Digital Design e Front End Design che si interfaccia con analisti, con ingegneri e copy che creano l’architettura delle informazioni del sito. Si relaziona inoltre con il cliente finale che vuole il prodotto finito entro una certa deadline, e con il reparto marketing. Questa figura da pivot all’interno di un’agenzia reinterpreta l’architettura delle informazioni e la trasforma in componenti web, in testi, in foto, in elementi di graphic design e di navigazione.

Artwork realizzato per Labfortraining

Crea wireframes, che sono prototipi in cui si visionano solamente gli ingombri in scala di grigi e si testa la navigazione del sito, invia il lavoro al cliente e se  lo fa approvare, realizza poi la grafica definitiva (User Interface – UI) ed invia il lavoro al reparto di sviluppo. A volte è proprio lui stesso, se possiede delle skills aggiuntive, che monta anche l’elaborato in html e css, per inviare poi il lavoro al reparto sviluppo solo per il back end. Insomma, un ruolo di responsabilità, di esperienza, che richiede creatività, cultura, esperienza e un approccio molto calmo. 

 

Lo User – Il fruitore finale del nostro lavoro

Esiste poi lo User, (anche detto persona, o utente), ovvero colui che la UX la vive da spettatore e da fruitore, e più attivamente, da compratore. È per lui che l’applicativo viene progettato, cosa che spesso passa inconsapevolmente in secondo piano. La UX viene progettata da professionisti del settore per altre persone, al fine di migliorarne la qualità della vita ed offrire un’esperienza on line piacevole e memorabile.

La persona che arriva sul sito web che progettiamo, nella maggior parte dei casi, è perché si imbatte nei traffic drivers (generatori di traffico).

Questi traffic drivers possono essere free o a pagamento. In entrambi i casi, se la persona è arrivata sul sito web che abbiamo progettato da Google, da Bing, dai Social, o da campagne banner a pagamento, da un manifesto per strada o da una strategia virale di un influencer su Instagram, è perché delle agenzie o dei venditori dopo uno studio di marketing hanno creato una campagna di generazione di traffico e hanno condotto delle persone su quell’applicativo. La persona (user o utente) che arriva sul sito web inizialmente è un visitatore, e il suo occhio, il suo cervello, il suo istinto e i suoi sentimenti scansionano l’applicativo in cerca di approfondimenti e di input da seguire. A questo punto sentirete parlare di conversion funnel, ovvero di “un imbuto di conversione” che schematizza il processo medio di “conversione” dell’utente. 

Si parla di conversione quando l’utente visitatore che aleggia sul sito, tramite il design, i testi, la composizione della navigazione dell’applicativo attraversa vari stadi e viene convertito.  Questi stadi sono, di base: il desiderio, l’informazione, l’affidabilità e l’interesse. Alla fine di questo processo, la persona, convinta, decisa, desiderosa e interessata, compra. Viene quindi “convertita”, passa dall’essere un visitatore potenziale cliente a compratore. L’utente compie quindi l’azione alla fine dell’imbuto di conversione, acquista la sua  felpa che teneva d’occhio, prenota il test drive anche se era indeciso, si iscrive alla newsletter della sua rivista preferita, chiama il ristorante dopo aver letto le recensioni, trova la sua vettura a noleggio, sceglie una meta di vacanza su airbnb e così via. Ora i gestori dell’applicativo hanno i suoi dati, e possono reinvitarlo e proporgli nuove iniziative commerciali, e provare a tenere lo user nel circolo della compravendita e farne un cliente abituale. Tutto questo, in teoria. 

In realtà questo processo ovviamente non è mai come si suppone all’inizio, ma è in continuo divenire, a causa delle infinite variabili “umane” e al fattore sopresa, che spesso porta in fase di monitoraggio delle compra vendite a modificare in corso d’opera l’intera struttura di ecommerce in base alle statistiche di visitatori che non ci saremmo mai aspettati. 

Del resto se ragionassimo sulle statiche socio demografiche il principe Carlo d’Inghilterra e Ozzy Osburne apparterebbero allo stesso cluster, nati nel 48, sono sposati due volte, inglesi nativi di successo, hanno due figli, in vacanza vanno in montagna, sulle Alpi, e amano i cani.  Ma fortunatamente il vecchio Bukowski ci ricorda che un uomo con i piedi in un braciere e la testa nel freezer ha “statisticamente” una temperatura media. Questo per dire che poi le cose cambiano caso per caso, volta per volta, in base agli obiettivi di business che ha l’ideatore del sito web, in base alle aspettative e le richieste degli utenti su quello specifico tipo di mercato e in base ai desideri e all’interesse delle persone in quel preciso periodo storico e in quel particolare paese dove il sito web vende dei prodotti. 

Un post interessante sull’argomento, che è molto più vasto di quanto si pensa, sta qui.

 

Cosa fa il designer che si occupa di UX

A noi grafici UX di quest’argomento che affonda poi le sue specifiche nel marketing, interessa più che altro il discorso di riuscire a creare desiderio, interesse, attenzionalità, affidabilità e dare le giuste informazioni tramite i nostri strumenti professionali: grafica, elementi di graphic design, componenti web e studio della navigazione, design della gerarchia tipografica, scrittura per web e scelta delle foto e delle immagini. Nonché la capacità di creare un punto focale tramite elementi di interface design e con la teoria del colore, punto focale che in fase di progettazione diventerà la action principale (o finale) in cui il visitatore verrà convertito in compratore. 

Lo UX designer prende per mano l’utente che arriva sul sito web e lo accompagna attraverso la navigazione dell’applicativo, facendo sì che desideri e si interessi a quel determinato prodotto che abbiamo progettato, portandolo in pochi step verso la conversione finale dell’azione di compravendita. 

Ora, per far si che questo accada davvero in modo costante, e magari non solo per un colpo di fortuna, io Designer devo saper fare la User Experience in modo ibrido, pensando l’applicativo “per altre persone” e non per la realizzazione della mia personale espressione artistica.

 Devo sapermi interfacciare in modo trasversale con altre figure professionali, soprattutto sviluppatori e professionisti del marketing, perchè sono loro che con me daranno completezza e concretezza al prodotto. Per saper fare UX devo essere un bravo designer, un bravo conoscitore del front end e dei componenti web. Devo saper scrivere per web (meglio se so scrivere proprio, in generale) devo conoscere la teoria del colore di Itten, devo conoscere Google Material Design (secondo me) e devo sapere applicare la teoria del colore in fase di User Interface. 

Artwork realizzato per Labforweb

Artwork realizzato per Labfortraining

Devo conoscere la psicologia dell’utente e saper rendere un sito esteticamente piacevole, solido, funzionale e affidabile. Devo saper usare Photoshop, Illustrator, e preferibilmente Adobe XD o Sketch. Devo sapermi relazionare con analisti e saper leggere un foglio di analisi tecnica risolvendo dei problemi di comunicazione e dando agli analisti delle soluzioni grafiche, di componentistica e di navigazione. Devo saper confezionare un prototipo e farmelo accettare dal cliente. Devo saper impacchettare il lavoro finito e consegnarlo al reparto di sviluppo, e saper poi fare un quality test dopo la pubblicazione del lavoro. E al contempo devo sapere di tipografia tradizionale e poi di tipografia web.

Insomma, fare la UX non è facile, ed è anche per questo che chi la fa per bene non ha problemi ad inserirsi nel mondo lavorativo. Tutto questo nerdeggiare, che spero non suoni pedante, nasce in me dall’esperienza in agenzia, dove collaborando con diverse media agencies, mi sono confrontato (a volte scontrato) con esigenze di UX molto delicate. Lavorando con grandi brand, giocando quindi “in Serie A” per permettermi una metafora calcistica, ci si ritrova ad affrontare tutte le conseguenze del caso: molte responsabilità, molto stress, nottate, giri di email pieni di tensione, scadenze ingrate e rework del cliente dell’ultimo minuto. Ma al contempo si cresce professionalmente e si impara tanto. 

Insomma, tanto impegno, progetti intensi, e tanto lavoro che poi va oltre che consegnato anche difeso con professionalità e conoscenza, citando fonti valide e autorevoli e documentando le scelte fatte con metodo e rigore.

Un ritratto fattomi da una studentessa dell’Accademia delle Belle Arti, la bravissima Elena Longarini

 

Insegnare UX secondo me: lavorare insieme a dei progetti come se fossimo in agenzia 

Quando il team di Labfortraining, Istituto fondato da ingegneri e formatori con esperienza pluri decennale, e l’Accademia delle Belle Arti di Roma mi chiamarono per insegnare dissi subito si, in modo molto entusiasta, vedendo questa opportunità come un “finalmente posso raccontare queste cose a delle persone che hanno curiosità e voglia di fare il mio stesso lavoro”.

Ero felicissimo, e ho iniziato a trasformare in materiale didattico tutti questi eventi e queste esperienze maturate negli anni, e mi sono accorto di come fosse complesso creare del materiale comprensibile e fruibile dai non addetti ai lavori.

Ne è nata così una guida di 100 pagine circa in cui si parla di teoria del colore e dei sette contrasti di Itten (armonie e non contrasti direbbe Falcinelli nel bellissimo Cromorama che vi consiglio caldamente) e di come andarle applicarli davvero alla UX con Google Material Design. Si parla di componenti web, con un elenco e pagine di nomi di components e dimensioni e comportamenti da imparare. Si parla di identità, di affidabilità, di testi, di tipografia classica e del meraviglioso testo “Farsi un Libro” di stampa alternativa (vi consiglio anche questo) e tipografia web. Si parla di marketing, di rich media banner, di campagne digitali e di generatori di traffico, di landing page e di microcopy, nonché di accessibilità e usabilità.

Ogni lezione prevede dopo le lezioni teoriche una parte di laboratorio pratico con Photoshop, Illustrator e Adobe XD (O Sketch) dove si confeziona il prototipo dell’applicativo. Il modulo finisce quando si è in grado di impacchettare il design realizzato in un prototipo da consegnare al cliente finale e al reparto sviluppo, illustrandolo e argomentando le scelte fatte con professionalità.

Ed ecco che così, anche se sono diventato, se vogliamo per caso, un insegnante di User Experience, sono allo stesso tempo un ragazzo che con gli altri ragazzi in classe si scambia informazioni e confronti per fare un bel lavoro insieme e portare a casa il risultato.

Ringrazio molto il team di Labfortraining per avermi dato questa possibilità di crescita. Team che vi consiglio sinceramente di conoscere se siete interessati a formarvi sulla UX, dato che è fatto di professionisti con una profonda etica del lavoro. Vi daranno, se ne avrete voglia, le competenze e le capacità per affrontare il mondo che c’è fuori.

Buona UX a tutti. 

 

Una delle aule di Labfortraining, scuola di web a Roma. Di seguito immagini del workshop sulla UX tenuto presso l’Accademia delle Belle Arti,.

Google designers Ryan Warrender and Mustafa Kurtuldu join us in a conversation about UX, Web Design, and Data.

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