Editoriale #8 – Life is a Game

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Come per gli altri numeri di Laundry Mag, anche questo è stato un pretesto per il team della nostra agenzia per sporgersi a guardare nuovi mondi, sorprendersi, impressionarsi e divertirsi. E abbiamo cercato di inviduare quella che, secondo noi e secondo il mercato, corrisponde alla qualità. E in questa ricerca della qualità  abbiamo scoperto prodotti, talenti, figure professionali di rilievo, universi che ignoravamo fatti di duro lavoro, di sperimentazioni grafiche e tecnologiche, e fondamentalmente, di storie.

Tutto ciò che poteva succedere nel nostro immaginario tra gli anni 90 e i primi del 2000 è effettivamente successo. La fantapolitica è diventata realtà, Swarzenegger è veramente stato eletto governatore della California, come aveva predetto Stallone in Demolition Man. Trump / Tannen si è insediato trionfante alla Casa Bianca, nonostante Doc nel secondo capitolo di Ritorno al Futuro ci abbia illustrato approfonditamente che si tratta di una realtà deviata. Siamo ad un soffio da una guerra atomica, che non avviene solamente perchè quella economica è più efficace. Canticchiamo motivetti della pubblicità, ci siamo tutti autocensiti su Facebook per risparmiare fatica alle autorità, contiamo i passi che facciamo con app dedicate dal salotto al bagno e nel frattempo, mentre la storia dell’umanità va sgretolandosi lentamente sui profili instagram, l’uomo persiste nella sua infinita ricerca di una dimensione spazio-tempo diversa. Una dimensione fuori dall’ordinario regime dei bisogni, che da una parte accolga il suo lato primitivo,  animale e istintivo, e dall’altro che lo stimoli, gli dia delle regole, lo sfidi. Il gioco.

L’uomo non si è mai scoperto così desideroso di una dimensione di astrazione come oggi. Il gioco si è insidiato e ramificato nelle nostre esperienze, nei nostri ricordi di infanzia, nei sogni. È uno spazio in cui ci ritroviamo da soli con noi stessi, come quel muretto o quell’albero in collina che conosciamo solo noi. È un’area intima, nostra, apparentemente fuori dalla scatola della realtà, ma strettamente connessa con essa. Il gioco è una nostra vita parallela che ci completa, donandoci una nuvola dove lottare con regole nuove, e dove appagare lati istintivi di noi stessi che non trovano una risposta sulla terraferma.

Solo nel 2016, i videogiochi e l’intrattenimento interattivo hanno generato 91 miliardi di fatturato in tutto il mondo, superando gli introiti del cinema e della musica, rispettivamente di 62 e 18 miliardi. Per comparazione, secondo i calcoli della Dea, è un fatturato uguale agli utili netti esentasse che percepiscono i re della cocaina del Sud America ogni anno, e almeno otto volte più di quanto fatturi l’industria del porno a livello globale. Ll’Italia risulta essere il quarto mercato in Europa per i consumi di videogiochi, e purtroppo, cosa non nuova, non figura ancora nella lista dei principali produttori, anzi.

Diversi anni fa i dati erano già abbastanza rilevanti per attirare l’attenzione anche dei dinosauri più ipocriti, che vedevano il videogame come un linguaggio bambinesco e di serie b, non paragonabile alla letteratura o al cinema. Ma fortunatamente  i dati dell’ultimo anno ci dicono invece che non solo il volume del business dei videogame non può più essere ignorato, ma che è talmente radicato nella struttura del mercato e dell’intrattenimento, che continuare ad ignorarlo significherebbe non stare più al passo coi tempi, sia economicamente che culturalmente.

I videogiochi sono diventati un linguaggio crossgenerazionale su cui si basano delle esperienze importantissime, ludiche, educative e culturali. E sono diventati soprattutto il luogo dove illustratori, fumettisti, developers, sceneggiatori, game designers, animatori e ultimamente anche esperti del marketing e di gamification, si mettono i guantoni e tirano i logo pugni migliori.

Buona lettura, e buona evasione. Enjoy.

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