Essere Yayoi Kusama

di Mara Cervelloni

18 Giugno 2020

Kusama

Entrare in una delle infinity room di Yayoi Kusama vuol dire tante cose: poterci affacciare a guardare dentro una mente umana e fare al tempo stesso esperienza dell’infinito. Non riesco ad immaginare nulla di più forte e immersivo: fare un viaggio all’interno della mente di un’artista e perdersi nel suoi ripetitivi moduli che tendono all’infinito. Come in Essere John Malkovich, nelle opere di Kusama si ha la sensazione di essere in viaggio all’interno del suo inconscio. 

Le opere di Kusama sono “letteralmente un’esperienza di perdita dell’ambiente fisico, di perdita della propria personalità nello spazio”.

Le sue opere invadono i social, basta seguire l’ashtag #yayoikusama per trovarci dentro innumerevoli foto e selfie di visitatori delle sue infinity room.

Tutta Roma si è fotografata tra le sue zucche durante il percorso che il Chiostro del Bramante ha proposto in Love- l’arte in intra l’amore. E ad oggi un icona pop tutti gli effetti, le sue tele con le reti e i suoi qua sono pattern riconoscibili in maniera universale, addirittura la coca-cola a creato una edizione limitata di lattine Kusama.

La prima opera in cui questo concetto filtra forte è “Pacific ocean”, in cui rappresenta le infinite reti che vede sull’oceano nel suo viaggio dal Giappone all’America. È il primo della serie “infinity net”.

La biografia di Kusama, come spesso capita per gli artisti è inscindibile dalla sua arte: nasce in Giappone nel 1929 e cresce in una società fortemente patriarcale e culturalmente repressiva nei confronti delle donne.

Cresce inoltre in un contesto familiare incredibilmente ostile. Nonostante la società patriarcale, nella sua famiglia suo padre non ha alcun potere e deve cedere il suo cognome e mandare avanti quello della moglie, cosa che lo rende altamente frustrato e altrettanto infedele. Kusama racconta che sua madre quando era piccola la mandava a spiare suo padre con le amanti, questo le spose a traumi che portò con sé tutta la vita. Oltre a questo, sua madre non voleva in alcun modo che lei dipingesse.
In Giappone non era facile vedere l’opera degli artisti occidentali, tantomeno le opere delle donne occidentali, tuttavia si imbattè in un’opera di Giorgio O’Keef “L’iris nero” e decise di scriverle. Con sua grande sorpresa O’Keef le risposte invitandola a lasciare il paese per trasferirsi in America.

Ad aspettarla in America c’è un mondo dell’arte altrettanto chiuso ed altrettanto maschilista, e dovette confrontarsi con un’immensa difficoltà a vedere accettata la sua arte in quanto donna e in quanto giapponese.

Sono state tantissime le esperienze in cui si è vista sottrarre la sua opera da artisti molto più famosi di lei.

L’artista Claes Oldenburg dopo avere visto “divano con protuberanze” alla Green gallery, abbandonò la carta pesta e inizió a fare solo sculture morbide in tessuto, cosa che lo portó immediamente al successo.

Un aneddoto identico coinvolse Andy Warhol, il quale dopo aver visto la sua istallazione “One thousand Boats Show”, saccheggiò a mani basse dall’opera di Kusama. L’opera consisteva in una barca a remi composta dalle medesime protuberanze morbide che componevano il divano con protuberanze, questa scultura era posta al centro della stanza e le pareti attorno erano riempite della foto di questa barca ripetuta per 200 volte.Warhol le copió l’idea riproponendo una sua opera in cui ripeteva innumerevoli volte l’immagine di una mucca.

Questo vedersi saccheggiare continuamente senza essere mai riconosciuta la porta ad una profonda depressione e che la spinse a chiudersi in una stanza a creare sculture senza ottenere però il successo dei colleghi maschi americani.

“La mia opera d’arte si basa sulla trasposizione in arte dei miei problemi psichici. Ossessione, l’accumulo è il risultato della mia ossessione è questa filosofia è il tema centrale della mia arte”

Siamo nel 1966, l’umanità corre alla conquista dello spazio e quindi il mondo intero acquista consapevolezza dell’infinito. Kusama Coglie questa sensibilità e la riporta in un’altra delle sue grandissime innovazioni: la prima mirror room. The Peep Show è una stanza ottagonale coperta di specchi e tante luci al soffitto, dentro la quale lo spettatore poteva guardare infilando la testa attraverso una piccola finestra. Kusama mostra al mondo dell’arte come per rompere i confini dello spazio.

Anche questa grande innovazione finisce per essere saccheggiata. Nell’ottobre del ’66 Lucas Samaras, un importante personaggio nella scena degli artisti radicali, espose alla prestigiosa “Pace Gallery”, una stanza coperta da specchi, simile alle ultime opere di Kusama, recependone il senso di rottura spaziale, di ricerca di limite e di confini. Questo fatto la depresse ancora di più, che finì per tentare il suicidio buttandosi dalla finestra.

Il senso di persecuzione delle reti che la circondavano e le toglievano il respiro, la spinsero a intraprendere una psicoanalisi. Le fu diagnosticata una nevrosi ossessivo-compulsiva che aveva come matrice la paura sessuale. Infatti, nella sua abitazione, abbandonata la bidimensionalità dei pois, tutto era diventato un insieme di protuberanze, escrescenze a forma di fallo.

A questo punto inizia la terza fase della produzione di Kusama Che rappresenta un momento di discontinuità tra la sua opera in Giappone quello in America. Inizia ad esporre in Europa dove decisamente gode di maggior successo il riconoscimento. Espone in Belgio e in Francia ma il suo atto dimostrativo più forte lo compie durante una biennale di Venezia dove si presenta non invitata con un’istallazione fatta di tantissime sfere di metallo che riflettono l’ambiente circostante che chiamerà il giardino di Narciso.

Propone agli spettatori di comprare pezzettini di quell’arte, il loro narcisismo è in vendita per pochi soldi. Le viene gentilmente chiesto di lasciare quello spazio e di smettere di vendere quelle sfere riflettenti. Inizi a questo punto una serie di performance dimostrative in cui lei si trova al centro, i corpi si trovano al centro il messaggio questa volta è tutto volto contro la guerra che si sta svolgendo in Vietnam.

Kusama ha vissuto la guerra e si schiera fortemente esponendo continue nudità per promuovere un messaggio di pace. Questi eventi la etichettano come scandalosa e arrivano addirittura alla stampa giapponese. Delusa, inespressa decide di tornare in patria dove la famiglia, i giornalisti e il mondo dell’arte la trattano come un artista fastidiosa e scandalosa.

La svolta avviene con l’invito alla biennale di Venezia nel 93, da lì parte una consacrazione in Occidente in cui cominciano a fioccare retrospettive in tutte le più importanti gallerie del mondo e finalmente le vengono riconosciuti tutti i meriti e le innovazioni della sua carriera.

Kusama vive per sua scelta attualmente in un centro psichiatrico e ha il suo studio lì vicino in cui continua a canalizzare i suoi pensieri e renderli arte ogni giorno. Allo stato attuale è l’artista donna più venduta e quotata nel mondo, 500 opere all’attivo e chissà quanti ancora in produzione, non c’è un’esposizione sua che non abbia fatto il Sold out dalla Tate Modern al il Pompidou ad oggi è l’artista con più spettatori in tutto il mondo.

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