Silvia UX designer a Londra

di Enrico Tanno

11 Giugno 2020

– Ciao Silvia, grazie la tua disponibilità. Sappiamo che attualmente lavori a Londra come UX Designer. Puoi dirci di più sul tuo percorso? Cosa ti ha portata lì? E di cosa ti occupi attualmente?

Dopo una laurea in Disegno Industriale ed un master in Visual and Innovation Design ho intrapreso da circa sei anni la carriera di User Experience Designer. L’Erasmus a Birmingham, in Inghilterra, è stato il punto cruciale che ha dato il via alla mia carriera. Infatti, questi sei anni mi hanno vista lavorare per quattro compagnie diverse, e da cinque anni ormai mi trovo a Londra, città che pullula di posizioni aperte per UX designers. Le elevate opportunità lavorative hanno fatto sì che io potessi sperimentare diversi tipi di business: start up, agenzie e attualmente mi trovo da un anno e mezzo da Matches Fashion, a ‘luxury retailer’, come dicono qua.

 

– Quali sono gli step di lavorazione che segui?

Gli step di lavorazione cambiano costantemente e soprattutto si adattano, e si devono adattare, al posto in cui si lavora. Matches Fashion non aveva mai avuto UX designers nei suoi team, e ciò ha fatto sì che io e gli altri designers potessimo contribuire a rivedere il workflow in modo tale da incorporare l’esperienza utente. Se volessi cercare di riassumere i modelli lavorativi che ho incontrato finora nella mia carriera, dovrei prima di tutto fare una distinzione in base al tipologia di business.

Nella startup, per esempio, si finiva a fare un po’ di tutto: “sei un UX designer? Bene, mi servono delle slides per una presentazione, e mi fai anche le copertine social? Ah, e dobbiamo iniziare a pensare ad un nuovo tool interno”, andava più o meno così.

 

Arrangiarsi era la parola chiave. In agenzia, invece, le cose sono andate in modo completamente diverso. Nella mia testa era più simile a un lavoro in fabbrica. In una settimana potevo lavorare su tre progetti diversi per tre diversi brands. Il flusso di lavoro era il seguente: arrivava il brief dal cliente, veniva definita l’art direction, si partiva con la UX, i developers iniziavano a lavorare già sui primi wireframes che venivano affinati di volta in volta dopo diversi meetings col cliente, iniziava la UI con altri meetings e altri feedback, si ritornava poi alla UX per delle modifiche, per ripassare di nuovo alla UI, e così via.

Un ritmo molto serrato di lavoro che mi ha permesso di perfezionare il modo di lavorare secondo delle deadlines ben prestabilite e di giostrarmi il workload nel migliore dei modi. Il mio lavoro attuale da Matches Fashion, invece, prevede dei ritmi più diluiti e – in alcuni casi – si dedica più tempo per sviluppare una nuova feature, o un redesign, come il redesign di un checkout flow.

La parte più stimolante di lavorare in un’azienda del genere è l’interesse generale di tutti nell’offrire il miglior servizio possibile per i nostri clienti. Dal punto di vista UX, trovo stimolante tutta la parte di ricerca e di user testing che viene direttamente svolta con i nostri effettivi customers. Spesso vengono fatte delle videochiamate, perché i clienti si trovano in tutte le parti del mondo, oppure è capitato spesso che andassimo nei nostri stores a Londra per incontrarli faccia a faccia. Credo che conoscere chi usufruisce dei prodotti che progettiamo sia la linfa del lavoro di un UX designer.

Gli step qui da Matches Fashion seguono un ordine più o meno preciso. Il product manager ha una roadmap con le diverse features da sviluppare nel corso dei mesi a venire e, una volta scelto il progetto, ne discute con il team UX per stabilire insieme gli step da seguire in modo da rientrare nella deadline. Il data analyst solitamente mi fornisce dei data, che sono fondamentali per avere un’idea di cosa attualmente funziona e cosa no. Solitamente io parto con un benchmarking, per vedere cosa propone il mercato e poi, a seconda dei casi, testo il design attuale sui nostri customers, oppure uso un tool online di remote user testing, dove seleziono un pubblico che rispecchia a grandi linee il nostro.

Li trovo molto utili per ricevere dei feedback in poche ore. Una volta definiti i ‘pain points’ che gli users hanno incontrato durante gli user testings, passo a realizzare dei wireframes, che solitamente poi testo online. A quel punto creo una presentazione dove riunisco tutta la ricerca, gli user testings condotti, i diversi wireframes e la loro evoluzione e lo mostro al product manager.

Se product e UX sono entrambi soddisfatti dei risultati ottenuti, si decide di mostrare il lavoro ai diversi stakeholders nell’azienda (questi sono i meetings più temuti!) ed è qui che lo UI team viene coinvolto. Lavoro spesso con gli UI designers per trovare le soluzioni più adatte per i nostri clienti. Una volta che la UI è pronta, si riparte con gli user testings e si valutano i risultati ottenuti.

È un cerchio che si ripete. Delle volte, se c’è budget e tempo, si fanno anche degli A/B testings, per analizzare le performance di un design rispetto a un altro. Non ci si rilassa neanche quando la nuova feature è live, perché si tengono costantemente d’occhio i data tramite Adobe Analytics, per controllare se ci siano miglioramenti nella cosiddetta ‘conversion’.

 

– Come pensi che evolverà lo UX Design in futuro?

Attualmente si parla molto di ‘accessibility’ nel design, ossia far sì che un prodotto sia utilizzabile anche da persone affette da disabilità – motorie o di daltonismo. L’utilizzo di un design universale, e di conseguenza maggiormente user friendly per qualsiasi tipo di user, è quindi fondamentale.

Realizzare una esperienza “accessible” richiede sicuramente più tempo, ma si ottiene senza dubbio un miglior prodotto. Alan Cooper, considerato il padre del UX design, parla di ‘Paradox of Simplicity’: afferma che focalizzandoci sui bisogni di una audience più ristretta si dia maggior luce a prodotti universalmente più utili. Una seconda cosa che vorrei menzionare è una nuova figura che si sta delineando, quella del ‘business designer’.

L’azienda di design IDEO è pioniera nell’aver introdotto tale figura. Come UX designer dobbiamo tenere sempre a mente gli obiettivi dell’utente finale, ma anche fare in modo che siano allineati a quelli del business. Una figura con la testa di un ‘business person’ e il cuore di un designer è sicuramente una figura vincente. – Che strumenti usi? Da sempre il mio cavallo di battaglia è Sketch.

A mio parere è il tool migliore per realizzare gran parte del lavoro, dai wireframes alla UI. Sarà che ormai lo conosco come le mie tasche, ma credo davvero che abbia l’interfaccia più intuitiva sul mercato. Usando il vettoriale lo trovo fantastico anche per realizzare icone, loghi, user flows, charts… insomma, è un po’ il nuovo Illustrator. Quando voglio realizzare dei prototipi per simulare l’interazione, invece, il mio tool preferito è Axure. A differenza di Sketch l’interfaccia appare un po’ ostica, ma nel giro di un po’ di giorni diventa un vero asso nella manica. Cito ovviamente anche carta e penna, tutto inizia da lì, da sketch veloci: è la prima cosa che faccio, sempre.

 

– Hai consigli su come specializzarsi in questo campo?

Io sono molto soddisfatta di aver cominciato la mia formazione nel design, nella sua concezione più ampia, grazie alla laurea in Disegno Industriale. L’istruzione che ho ricevuto mi ha insegnato il graphic design in tutte le sue forme – dal branding all’editoriale – la storia dell’arte, il product design – ho imparato a progettare sedie, tavoli, a conoscere i materiali più adatti per la struttura di un’installazione temporanea.

Credo sia stato fondamentale affinché sviluppassi un occhio attento alle proporzioni, all’armonia. Oggigiorno ci sono tanti corsi che rilasciano un attestato in UX, ma credo che la cosa fondamentale sia ampliare i propri orizzonti e assorbire la conoscenza da più campi, senza fossilizzarsi. Ogni skill che apprendiamo torna sempre utile in qualsiasi lavoro ci troviamo davanti. Sebbene studiare sia fondamentale, credo che le ossa si facciano direttamente sul lavoro, a stretto contatto con altri professionisti.

Per cui, accettate quel tirocinio in quella startup: non ve ne pentirete. Man mano capirete cos’è che vi piace di più, cos’è che vorreste imparare di nuovo. Io, per esempio volevo conoscere il mondo dell’e-commerce, e così ho fatto. Chissà cosa vorrò imparare per il mio prossimo lavoro?

Grazie e buona fortuna :-)

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