Marina Abramović

di Mara Cervelloni

18 Giugno 2020

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Non so quanto sia corretto inserire un personaggio eterno come Marina Abramović in una rubrica che si chiama Vintage, tuttavia, lei stessa si è attribuita il nome di “Grandmother of performance art”.
Questo appellativo e l’origine un po’ lontana nel tempo della sua attività, ci permettono di collocarla più o meno serenamente in questa rubrica.
A dispetto della nostra idea comunque, il 6 settembre 2020 sarà ospitata nel magico Castel dell’ovo di Napoli e questo ha tanto entusiasmato i suoi ammiratori, quanto messo in allarme tutti quegli organi censori che tanto la temono.

Perché sì, Marina Abramović fa paura ed è in maniera incontestabile sinonimo di esperienza diretta, forte e perturbante.

Una delle notizie arrivate durante il lockdown è stata quella della morte di Ulay, compagno della Abramović nella vita e nell’arte per 12 anni. La loro storia è tutta una grande performance, i loro corpi diventano il centro e il contenitore delle esperienze.
In imponderabilia (1977) costringono i visitatori a passare tra i loro corpi nudi per entrare nella galleria, in “breathing-in breathing out” si collegano bocca a bocca e bloccano le loro narici con i filtri di sigaretta respirando uno dai polmoni dell’altra per raccontare la dipendenza totale da un’altra persona.
Famosa agli occhi del mondo la fine della loro storia trasformata in performance con “The lovers”, una camminata di 90 giorni lungo la muraglia cinese fino ad incontrarsi a metà strada per dirsi addio.
Io personalmente ho conosciuto Marina Abramovich grazie ad un documentario della sua performance del 2010 al MOMA di New York: “The Artist is present”. Code interminabili di persone che si sono messe in fila per potersi sedere davanti a lei a condividere uno sguardo occhi negli occhi per pochi secondi. Cinquantamila spettatori…Mi ha sconvolta e commossa vedere come le persone potessero reagire ad un momento dedicato ad ognuno di loro, ad uno sguardo diretto agli occhi, senza contatto fisico, senza emettere suoni. Tutti si sono congedati con gratitudine, molti si sono commossi fino alle lacrime… per uno sguardo. La quarta parete è sfondata da tempo nel mondo dell’arte, gli spettatori non sono più semplicemente tali, ma diventano il centro dell’opera, parte integrante di essa e con questa prova, la Abramovich li fa arrivare oltre, perché non solo l’opera, non solo lo spettatore, sono presenti, ma l’artista lo è…present, come un dono per ognuno di loro.
Programmato o no, poco importa, nel mezzo della performance spunta Ulay, non si vedono da 25 anni e negli attimi insieme, lei si commuove, cede al contatto fisico e gli tende le mani. Pochi istanti e poi via, lo show continua.
Diciamo che l’esperienza in questa performance è di forte contatto, senza tatto e di natura dolce, tuttavia non si può non tornare indietro negli anni alle esperienze più estreme delle sue performance.

Tra le più dirompenti e disturbanti penso a Rhythms (1973-74), una performance volta a indagare le tensioni tra abbandono e controllo.
Per sei ore è immobile a disposizione del pubblico e mette sul tavolo 72 oggetti che possono provocare dolore o piacere e tutti quelli che entrano possono fare sul suo corpo ciò che vogliono con quegli oggetti. Le prime ore passano tranquille, ma ad un certo punto qualcosa esplode.
La reazione degli spettatori degenera e c’è chi inizia ad infierire su di lei, chi la taglia, chi le toglie i vestiti, chi la trasporta o la spintona e presto si creano fazioni di spettatori, chi è volto a proteggerla e chi a ferirla. Tra i 72 oggetti a disposizione dello spettatore per infierire mette una pistola carica, una scelta che implicitamente legittima l’omicidio che può essere commesso o meno solo affidandosi all’arbitrio di chi esercita questo potere: lo spettatore.

Quando le fu messa la pistola carica in mano, con il dito posto sul grilletto, cercarono di evitare che la performance finisse nel peggiore dei modi. Il gallerista, infuriato, prese la pistola e la gettò fuori dalla finestra.

Rimane effettivamente immobile per sei ore, senza sottrarsi, unica reazione saranno le lacrime.

Spinge le reazione delle performance sempre oltre legittimando ogni reazione da parte del pubblico, la premessa è che lei si assume la responsabilità di ciò che le faranno. Gli altri sono totalmente deresponsabilizzati.

La abramovich diventa così il detonatore delle reazioni di chi la guarda, si fa utilizzare dal pubblico facendo esplodere le emozioni che ognuno tiene dentro di sè, da quelle più dolci e empatiche a quelle più violente e mostruose. La reazione dello spettatore diventa la performance artistica. Nonna disturbante Marina, che ti fa crescere dentro l’ amore e la paura di te stesso.

Marina Abramović, Lips of Thomas 1975/2017 (NY Abramović LLC. Courtesy of Marina Abramović Archives, MAC/2017/028Marina Abramović by SIAE 2018) via Azione

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