La UX secondo me

di Enrico Tanno

17 Giugno 2020

Accademia delle Belle Arti Campo Boario

Siamo nel 2020, ed è sicuramente insieme al 2019 il periodo in cui si parla di User Experience ovunque. In questo post vi racconto il mio punto di vista sull’argomento, sia da visual designer con 14 anni di esperienza (non so come sia accaduto ma ho 37 anni) che da insegnante novizio con due soli anni di pratica.

Specifico che è il mio personale punto di vista perché come tutti i campi in cui c’è una continua evoluzione, on line si trova spesso tutto il contrario di tutto. Questo post quindi vuole essere un piccolo contributo autoriale in un universo di informazioni che pretendono di raccontare “la verità” in un campo in cui le regole in realtà non ci sono. Ci sono delle guide, quello si, delle informazioni che creano dei trend e dei consigli su come incanalare il vostro design in binari ben specifici, e sono anche molto preziosi, ma di leggi e regole non ce ne sono. C’è però il concetto di qualità del lavoro, e ci sono dei canoni di usabilità e accessibilità da rispettare, nonché delle nozioni e degli escamotage per rendere il vostro applicativo affidabile e ben navigabile, ma è un campo in cui ancora l’artigianato della singola persona fa la differenza (per fortuna aggiungerei).

Il designer che si occupa di User Experiece è, nella maggior parte dei casi, un visual designer specializzato in digital design e front end design che si interfaccia con analisti, con ingegneri e copy che creano l’archtettura delle informazioni del sito (o se ne occupa a volte direttamente il designer), con il cliente finale che vuole il prodotto finito entro una certa deadline, e con il reparto marketing. Per lo user invece, (o persona, o utente) la user experience arriva sul sito web nella maggior parte dei casi perché qualcuno ha creato dei traffic drivers per generare traffico. Questi traffic drivers possono essere free o a pagamento. In entrambi i casi, o se sono arrivato sul sito web da Google, o dai social, o da campagne banner a pagamento, o da un manifesto per strada o per una strategia virale, spesso è perché delle persone e dei venditori dopo uno studio di marketing mi hanno condotto su quell’applicativo.

Sono quindi un visitatore ora, e il mio occhio, il mio cervello, il mio istinto e i miei sentimenti iniziano a scansionare l’applicativo in cerca di approfondimenti. A questo punto sentirete parlare spesso di conversion funnel, ovvero di “un imbuto di conversione” che schematizza il processo medio di “conversione” dell’utente. Si parla di conversione quando io, utente visitatore che sono sul sito, tramite il design, i testi e la composizione della navigazione dell’applicativo divento un compratore. Vengo così “convertito” a compirete l’azione alla fine dell’imbuto, quindi acquisto la mia felpa, prenoto il test drive anche se ero indeciso, mi iscrivo alla newsletter della mia rivista preferita, chiamo il ristorante dopo aver letto le recensioni, trovo la mia vettura a noleggio, scelgo una meta di vacanza su airbnb e così via.

Ora, togliendomi le vesti dell’utente e mettendomi quelle del visual designer, per far si che queste cose accadano davvero nel sito che voglio io, e non su quello del vicino, devo saper fare la user experience. E per saperla fare devo essere un bravo designer, un bravo conoscitore del front end e dei componenti web. Devo saper scrivere per web (meglio se so scrivere proprio, in generale) devo conoscere la teoria del colore di Itten (secondo me) e devo saperla applicare alla realtà dell’ecosistema digital. Devo conoscere la psicologia dell’utente e saper rendere un sito bello, solido, funzionale e affidabile con questi strumenti. Devo saper usare Photoshop, |llustrator, preferibilmente Adobe XD o Sketch, devo sapermi relazionare con analisti e saper leggere un foglio di analisi tecnica risolvendo dei problemi e dando delle soluzioni grafiche e di navigazione. Devo saper confezionare un prototipo e farmelo accettare dal cliente. Devo saper impacchettare il lavoro finito e consegnarlo al reparto di sviluppo, e saper poi fare un quality test dopo la pubblicazione del lavoro. E al contempo devo sapere di tipografia tradizionale e poi di tipografia web.

Se so fare queste cose e padroneggio queste skills, sono un designer che sa fare user experience, e posso occupare un ruolo fondamentale nella filiera produttiva dell’ecosistema digital.

Tutto questo nerdeggiare che spero non suoni pedante nasce in me dall’esperienza in agenzia, dove collaborando con diverse media agencies, mi sono confrontato (a volte scontrato) con esigenze di user experience molto delicate. Ho lavorato con Eni, Enel, con diverse realtà bancarie e di automotive e con diversi marchi più o meno celebri, giocando “in Serie A” per permettermi una metafora calcistica, con tutte le conseguenze del caso: molte responsabilità, molto stress, nottate, giri di email pieni di tensione, scadenze ingrate e rework del cliente dell’ultimo minuto. Insomma, tanto impegno, progetti intensi, e tanto lavoro che poi va oltre che consegnato anche difeso con professionalità e conoscenza, citando fonti valide e autorevoli e documentando le scelte fatte con metodo e rigore.

Quando il team di Labfortraining e l’Accademia delle Belle Arti di Roma mi chiamarono per insegnare dissi subito si, in modo molto entusiasta, vedendo questa opportunità come un “finalmente posso raccontare queste cose a delle persone che hanno curiosità e voglia di fare il mio stesso lavoro”. Ero felicissimo, e ho iniziato a trasformare in materiale didattico tutti questi eventi e queste esperienze maturate negli anni, e mi sono accorto di come fosse complesso creare del materiale comprensibile e fruibile dai non addetti ai lavori considerando che quello che avevo erano solo esperienze nella mia testa e dei lavori reali, ma solo finiti e impacchettati, nell’hard disk. Ne è nata così una guida di 100 pagine circa in cui si parla di teoria del colore e dei sette contrasti di Itten (armonie e non contrasti direbbe Falcinelli nel bellissimo Cromorama) e di come andarle applicarli davvero alla UX con Google Material Design. SI parla di componenti web, con un elenco e pagine di nomi di components e dimensioni e comportamenti da imparare. Si parla di identità, di affidabilità, di testi, di tipografia classica (e del meraviglioso “Farsi un Libro” di stampa alternativa) e tipografia web. Si parla di marketing, di rich media, di campagne digitali e di generatori di traffico, di landing page e di microcopy, nonché di accessibilità e usabilità.

Ogni lezione prevede una fase di laboratorio pratico con Photoshop, Illustrator e Adobe XD (O Sketch) e il modulo finisce quando si è in grado di impacchettare il design dell’applicativo in un prototipo da consegnare al cliente finale e al reparto sviluppo, illustrandolo e argomentando le scelte fatte con professionalità. Ed ecco che così, anche se sono diventato, se vogliamo per caso, un insegnante di User Experience, sono allo stesso tempo un ragazzo dei tanti in classe che si scambia informazioni e che lavora insieme agli altri per fare un bel lavoro e portare a casa il risultato. Insomma, alla fine, è divertente.

Testi consigliati: Farsi un libro di Stampa Alternativa, La teoria del colore di Itten (edizione ridotta, altrimenti è da matti) e Cromorama di Falcinelli.

Una delle aule di Labfortraining, scuola di web a Roma
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