Jumanji, un gioco che sa trasportar chi questo mondo vuol lasciar.

di Enrico Tanno

18 ottobre 2017

Jumanji, “Un gioco che sa trasportar chi questo mondo vuol lasciar”. È proprio questo concept che ci ha spinto a scrivere questo numero, il gioco pensato come evasione, tra le altre cose, e come un luogo intimo dove appagare il proprio io, bambino e istintivo, giocoso e a volte violento.

E ci è venuto in mente proprio Jumanji, oltre che per l’imminente usciva del suo sequel, “Jumanji, benvenuti nella giungla” di prossima uscita nel 2017. proprio per il fatto che Jumanji, a prescindere dal film, è un gran gioco da tavolo. Esiste davvero, e si può comprare qui:

Misterioso, intrigante, con delle fatture rifinite e di pregio (fatto di pino, noce americano e olio di arancio che ne garantisce un odore unico) esteticamente molto curato e con un’aria dark e esotica. Curato con acrilici, resina, e con le pedine di ceramica, è un piccolo capolavoro, completamente artiganale e fatto su misura per l’acquirente. È addirittura possibile inserire un led al centro della cupola di resina per leggere il testo Jumanji.

Ma cos’è che ci ha colpito davvero di Jumanji? Cos’è di questo film del ’95 che è arrivato lì, dritto nel profondo? Perchè si è ritagliato un posto nel cassetto delle cose preziose di fianco addirittura ai mainstream degli anni ’80, come la Storia Infinita, ai Goonies e a Ritorno al Futuro?

1) Il protagonista è Robin Williams, che dopo Hook e la leggenda del re pescatore, continuava a guardarci così, con la sua supplicante struggente comica malinconia:

2) Ci sono degli indovinelli di impatto semplice e immediato, ben fatti e tremendamente pericolosi (“Crescono più in fretta del bambù, sta’ attento, non ti mollan più” sulla pianta carnivora, oppure “Non caderci, al tuono è uguale, stare fermo è micidiale” sulla mandria impazzita che vediamo correre nel mezzo di in ingorgo stradale.

3) Si connette splendidamente con i sensi della nostra infanzia o adolescenza. Maledetta nostalgia. Vince come film della domenica pomeriggio e caratterizza il mainstream in famiglia degli anni ’90 in gara con Batman Forever, Toy Story e i vari Ace Ventura. Assolutamente non è nella categoria dei film guardati in solitaria il venerdì sera, essi perchè non dimentichiamo che era tra l’altro anche l’anno di Seven, di Die Hard, di Dredd e di Heat, la Sfida. Ma bisognava in qualche modo riprendersi dagli sfiancanti action movie del venerdì sera, e dopo il pranzo domenicale Jumanji era il film ideale per un sognante pomeriggio di ozio.

4) Aveva un gran numero di colpi di scena per l’epoca, ben scritti e montati, ed effetti speciali tecnicamente molto avanzati.

5) Era sì un film d’avventura, ma con un pizzico di Dark in stile Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Si rischiava la vita e si doveva per forza arrivare alla fine, anche a costo di metterci anni. Questi due fattori, ovvero la fatalità, e l’impossiblità di uscirne senza arrivare alla fine, lo rendevano terribilmente eccitante.

6) C’era lui, che con la sua carabina valeva il prezzo del biglietto.

Ma veniamo al nuovo sequel “Jumanji, benvenuti nella giungla”. È un film del 2017 diretto da Jake Kasdan:

Ed ecco secondo noi i motivi per vederlo:

– Non pretende di essere l’ennesimo remake nostalgico del filmone anni ’90 che intrattiene per un’ora e mezza per voi venire dimenticato negli abissi del “bello QUASI come l’originale”, ma è di fatto un sequel. E ben fatto tra l’altro.
– Vede tra i protagonisti The Rock, Dwayne Johnson, che sarà l’avatar nel gioco di un ragazzo nella realtà problematico e pieno di complessi.
– Fa troppo ridere. I dialoghi sono avvincenti, ironici e ben scritti.
– C’è Karren Gillian che passa tutto il film in short.
– C’è proprio Karren Gillian che passa effettivamente tutto il film in short.

Una citazione infine la merita il progetto scolastico del designer americano Denzen Hill su behance, che vede la progettazione in termini di packaging e tipografica di uno splendido movie book proprio su Jumanji. Ecco la sua descrizione: “This is a movie book project that I recieved from my Typography II Professor, Courtney Garvin, at the Savannah College of Art and Design. I was asked to chose a movie and use a form of expressive typography along with the script of the movie. I chose Jumanji as my movie because it was a classic and played a big part of childhood. I created patterns using capital letters A, M, X, and 0s. Each pattern represents the maturity of Alan Parrish, the main character, and changes as he developes throughout the movie.”

Buona evasione.

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