Intervista a Ely Rozenberg

di Redazione

14 novembre 2013

ely_rozenberg

Chi è Ely Rozenberg? E di cosa si occupa?

Sono un Industrial Designer Israeliano che da 15 anni vive e lavora in Italia.

Quello di industrial design è un mestiere relativamente nuovo che nasce insieme alla rivoluzione industriale, prima nell’ambito delle arti applicate (nel nord Europa), quindi nelle facoltà di architettura (sopratutto in Italia). Dagli anni ‘60 del secolo scorso è diventata una disciplina autonoma che si inserisce tra l’industria, il mercato, il consumatore e la creatività applicata ai beni di consumo. Alcuni riconoscono Christopher Dressercome il primo designer. Uno di miei insegnanti diceva che Leonardo Da Vinci era stato il primo designer! Considerando la sua ricerca empirica, la completa rimozione delle barriere tra arte, scienza e tecnica ed il suo straordinario spirito creativo e inventivo, abbraccio pienamente questa idea.

Quanto alla mia formazione, mi sono laureato alla Bezalel Academy of Art & Design di Gerusalemme e mi occupo soprattutto di progettazione di Light Design, di componenti realizzati con nuovi materiali e nuove tecnologie che caratterizzano il settore negli ultimi 10-15 anni.

Il progetto di Product Design che ti ha più entusiasmato?

Diciamo che, per quanto riguarda i miei, il progetto che più mi ha più impegnato ed entusiasmato è la grattugia Flexita o, con il suo nome commerciale, Flexy. Si tratta di un prodotto progettato 16 anni fa e che dopo numerosi cambiamenti, perfezionamenti, avventure e sventure è stato prodotto dalla ditta Viceversa ed ha vinto il RED DOT AWARD nella prestigiosa categoria BEST OF THE BEST. Non consiglio a nessuno di tenere nel cassetto dei progetti cosi a lungo ma d’altronde il design è fatto per i “maratoneti”, non per gli “sprinter”!

grattugia aperta

grattugia chiusa

Come progetto non disegnato da me, invece, scelgo le Crocs – le calzature di plastica (EVA – Etilene Vinil Acetato). Sono consapevole che non sono compatibili con l’Italian Style e l’eleganza del Bel Paese ma racchiudono in se tutto ciò che il design dovrebbe essere, secondo me: innovazione di materiali e dei processi industriali, come leva per rivoluzionare settori tradizionali dei prodotti e migliorare la qualità di vita della gente. Questo implica anche saper fare prodotti semplici, che rientrino nella fascia di prezzo popolare e come spesso accade, anche nel caso delle Crocs, il prodotto ha influito anche nel rivoluzionare lo stile di vita. La ditta, che è nata dal nulla, è quotata nella borsa americana e ha creato una sua catena di negozi con un’intera gamma di prodotti, alcuni dei quali persino eleganti. In questo caso il design ha generato processi comportamentali e risultati economici ecezionali.

Crocs

Tra i tuoi progetti come curatore ne citiamo uno per tutti, Promise Design. Di cosa si tratta di preciso?

Si tratta di un progetto per una mostra sul tema del design israeliano che ho curato con lo storico del design, Vanni Pasca. Abbiamo fatto una “scansione” della situazione del design in Israele, radunando più di 60 realtà durante il Salone del Mobile a Milano. La prima mostra è stata realizzata nel 2005, la seconda edizione è del 2011. In seguito la mostra si è spostata in diverse città europee.

Il progetto espositivo prevedeva una suddivisione in diverse sezioni: l’industria, la ricerca, craft design, l’auto-produzione, etc. Oggi non è più possibile riassumere l’attività di design sotto un singolo titolo. Diversamente dal passato, i designer oggi interagiscono non solo con l’industria ma si affermano anche come imprenditori in piccola scala, come artigiani-designer e come ricercatori liberi che realizzano dei prototipi non sempre destinati alla produzione. Lo stesso designer puòprogettare la mattina uno spazzolino per la produzione di massa e la sera lavorare su un’installazione unica per una mostra galleristica.

Dopo anni di docenza, cosa consiglieresti alle giovani leve che intendono cimentarsi nel Product Design?

Consiglierei innanzitutto di informarsi bene sul mestiere di designer, parlando con chi lavora nel campo. Capendo le difficoltà si saprà meglio quali sono i rischi che corre un creativo che ambisce a vivere praticando il design.

Serve una grande convinzione e passione per fare il design. Non è un settore dove ci si può permettere di essere indifferenti, poco convinti o facilmente scoraggiati dalle difficoltà. Anche per chi è bravo e appassionato non è garantita la gloria. Come negli altri settori serve la fortuna, la persistenza, un’intelligenza comunicativa e la chiarezza dei propri obiettivi.

Per i giovani consiglierei di sviluppare le proprie competenze sopratutto in una delle nuove ramificazione del design come l’interaction design, dove si può essere avvantaggiati rispetto alla “vecchia guardia” dei designer.

Hai qualche progetto in cantiere? Puoi anticiparci qualcosa?

Sto lavorando su un concept di lampade OLED per conto di una ditta internazionale, sperò poi di lanciare un gadget turistico per il quale ho ottenuto ultimamente un brevetto ed inoltre dovrei curare una nuova edizione di “Promisedesign” in occasione del prossimo EXPO a Milano.

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