intervista ad Alex Majoli, il reportage fuori circuito

di Francesca Fornari

6 marzo 2012

Alex Majoli, nasce nel 1971 a Ravenna, e inizia a fotografe giovanissimo.
Nel 1989 diventa a tutti gli effetti fotogiornalista, ed entra nell’agenzia Grazia Neri l’anno dopo, rimanendovi fino al 1995. Nel 1992 e nel 1993 si sposta in Jugoslavia per testimoniare il conflitto e negli anni successivi segue le guerre in Kosovo e Albania. Nel 1994 Majoli si dedica a un progetto a lungo termine sui malati del manicomio nell’isola greca di Leros, dove documenta la chiusura del manicomio stesso e il reinserimento degli internati nella società. “Leros” è stato pubblicato nel 1999, insieme ad altri saggi di foto sulla chiusura degli ospedali psichiatrici nel mondo.
Seguono altri progetti, come “Requiem in Samba”, iniziato in Sudamerica, e Hotel Marinum, dedicato alla vita delle città portuali di tutto il mondo (1997-2011).

Dal 2001 diventa membro a pieno titolo di Magnum.

Alex Majoli continua a documentare conflitti in tutto il mondo per prestigiose riviste come Newsweek, The New York Times Magazine, Granta e National Geographic. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, il più recente dei quali è il primo premio nella categoria General News del World Press Photo 2012.

Piuttosto schivo e sempre lontano dai riflettori, continua a perseguire instancabilmente tutti i suoi progetti fotografici.

Laundry dedica questo numero ai “dissidenti”. Come si legge nell’editoriale, non nel senso dei tanti movimenti di scontento che oggi si manifestano nel mondo, ma di tutti quei creativi e creatori che continuano nonostante tutto a inseguire e investire nell’urgenza delle proprie idee, dei propri progetti, del proprio domani, incuranti dei diritti negati o delle inaccessibilità imposte. Oggi come non mai, in Italia avremmo bisogno di quella capacità di previsione di uno scenario che può davvero permettere a un paese di riprendersi e sviluppare talenti, progetti all’avanguardia, idee originali per un mondo sostenibile.
Alex, alla luce di queste riflessioni, ti consideri un “dissidente”?

Non so se dissidente sia la parola più adatta per me.
Sicuramente la voglia di fare le cose al di fuori dal classico schema mi ha sempre contraddistinto. Fin dalle piccole cose, come quella di mantenermi un po’ distante dal circuito fotografico, fino a creare il mio studio e il collettivo di cui sono art director – Cesuralab – nelle colline piacentine. Ho sempre pensato che se fai in modo di metterti in una determinata situazione, cioè quella che stai cercando, poi le cose succedono. A prescindere dalle difficoltà e dalle insidie. Parlando invece di un contesto strettamente italiano, sicuramente il nostro paese avrebbe bisogno delle sue menti… personalità che in realtà esistono e che sono costrette a fuggire all’ estero per veder realizzati i propri sogni e progetti. Fermare e invertire il senso di questa fuga di cervelli sarebbe il primo passo per far tornare i “dissidenti” in patria e restituire un po’ di vita a questo paese.

Nella tua storia di fotoreporter, mi sembra che la cultura del progetto – nel senso di un’idea che si sviluppa secondo coordinate e finalità ben precise e si struttura lungo un arco di tempo anche molto ampio – sia sempre stata presente. Mi riferisco a lavori come “Leros”, reportage risalente agli anni Novanta, oppure al recente “Hotel Marinum” presentato all’interno del Festival di Fotografia “Cortona on the Move”. Ci racconti come nasce di solito l’idea, se sempre da te o anche su commissione, e come ti “attrezzi” per portare avanti in solitaria progetti tanto articolati e impegnativi?

L’idea per questo genere di progetti nasce sempre da me, da uno spunto, una riflessione che poi si sviluppa in un pensiero concreto e articolato.
Con gli assigment è un discorso tutto diverso, anche se ho sempre pensato che mettere nei lavori su commissione la stessa attenzione, tecnica e impegno che si mette nei progetti personali, sia imprescindibile per svolgere un buon lavoro. Senza dubbio, però, ciò che accomuna tutti questi progetti a lungo termine è la mia “ossessione” a riguardo. È appunto questa “ossessione” che mi spinge nel tempo e mi dà la forza di portare avanti le mie ricerche per periodi davvero lunghi, spesso in condizioni non proprio semplici.

I vantaggi di appartenere a una grande agenzia fotografica come la Magnum sono facilmente intuibili. In quali aspetti, invece, l’essere parte di un gruppo così importante, potrebbe costituire un limite o un ostacolo?

Direi che uno degli ostacoli maggiori è la relazione tra il mercato fotografico e il linguaggio dell’immagine. Sono decenni che Magnum cerca, sperimenta, costruisce un certo tipo di linguaggio fotografico, con tutte le sue sfaccettature. Un linguaggio che dovrebbe scendere a compromessi con il mercato, secondo le abitudini odierne, ma che invece –  all’ interno di Magnum – resiste, con tutte le difficoltà del caso. Questo è un vero problema che un’agenzia come Magnum deve affrontare al giorno d’oggi.

Si sentono grandi controversie nel mondo della fotografia professionale nel nostro paese, problemi legati ai diritti d’autore, solo per fare un esempio. Qual è il tuo punto di vista in merito e quali sono secondo te le differenze sostanziali tra lo status del fotogiornalismo in Italia e all’estero.

In Italia c’è poca voglia di produrre e moltissimo “reselling” di cio che si vede all’estero.
Sono davvero pochissimi quelli che ancora investono nella produzione di reportage esclusivi di un certo livello, tutti preferiscono comprare dai banchi immagine, con un conseguente inaridimento del mercato, sia dal punto di vista economico che creativo. Insomma, c’è un consumo maggiore di immagini rispetto agli altri paesi, ma con un livello di produzione all’interno del paese quasi pari a zero.
Fin quando non cambierà questo status, purtroppo l’Italia rimarrà sempre indietro rispetto al mercato estero.

Il modo di fare reportage è molto cambiato in questi anni? Mi riferisco a conquiste tecnologiche tipo l’avvento del digitale o la comunicazione veloce tramite internet, ma anche a questioni di carattere etico, come il possibile “conflitto” tra contenuto puro ed eccessive concessioni all’ estetica o allo spettacolare, che di questi tempi sembra essere molto vivo.
Qual è la personale deontologia che regola il tuo modo di fotografare?

Messa a fuoco e clic.
Direi che ormai parlare di avvento del digitale e di internet è abbastanza superato.
La macchina fotografica è solo il mezzo.

 

Su tutte, puoi isolare un’esperienza che ti ha segnato in modo particolare nel corso del tuo lavoro o un reportage a cui sei più legato rispetto ad altri?

“Leros” sicuramente è stato un passaggio fondamentale per la mia crescita professionale. Ero molto giovane e determinato, del resto non meno di adesso, mi sentivo profondamente coinvolto nel progetto, che stavo già seguendo da vicino da lungo tempo. Un’esperienza importante e significativa per me, anche dal punto di vista personale.

Tra i fotografi del passato quali sono – se ci sono – quelli che hanno influenzato di più il tuo percorso o che consideri comunque dei “maestri”? Ti chiederei anche di indicarci qualcuno tra i fotoreporter che più conosci e stimi attualmente, e perché.

Sicuramente uno dei più grandi maestri è August Sander che, oltre essere un incredibile fotograf,o è una mente brillante, un personaggio geniale ben al di là del contesto strettamente professionale. La mia massima stima attualmente va a Bertien Van Manen, una vera fotografa che mi lascia senza fiato, in un mondo fatto di falsari e ladri di idee.

Nei momenti in cui sei più “stanziale”, ti occupi anche di didattica, cioè sei docente in workshop che hanno come tema il mestiere del fotoreporter. Ci parli di questo tipo di esperienza? Cosa significa, come la vivi…

Quello che nel mio piccolo cerco di realizzare è rendere il percorso di apprendimento dei giovani il più veloce possibile; raccontando loro la mia personale esperienza, spero che possano evitare certi errori. E tento di fargli capire che copiare gli altri fotografi non è la soluzione per creare un proprio stile fotografico. È sempre uno scambio interessante, un’esperienza che arricchisce tutti coloro che prendono parte ai workshop, me compreso.

Un tuo auspicio sul mondo del reportage, e qualche consiglio – se possono esisterne in assoluto – per chi si avvicina a questo mestiere oggi.

State lontano da questo mondo… siamo già in troppi!
Scherzi a parte, l’unico consiglio che posso dare è di fare tutto con costanza, passione, disciplina. Questi sono sicuramente elementi indispensabili in un buon professionista, distinguono il vero fotografo.

 

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