Chi è Obey Giant e perché è posseduto da un minatore russo?

di Dario Morgante

6 marzo 2012

È il 1989, cade il Muro di Berlino, cade il Blocco Sovietico, cade la Cortina di Ferro. Finisce il Novecento e mancando ancora undici anni alla sua scadenza temporale Hobsbawm dichiara che si è trattato di un «secolo breve». Per la sinistra europea è una catastrofe dalla quale non si riprenderà mai più: l’album di famiglia ha preso fuoco. Nel frattempo negli Stati Uniti, patria del capitalismo vittorioso, centro e culla dell’Impero, un ragazzotto diciannovenne che frequenta il RISD (Rhode Island School of Design) passa i pomeriggi a lavorare in un negozio di fotocopie. Il suo nome è Shepard Fairey ed è specializzato nel creare grafiche per le magliette degli skater. Un giorno, allo scopo di insegnare a un amico a intagliare uno stencil, prende una foto del wrestler francese André the Giant e si mette al lavoro su quella. Senza esserne pienamente consapevole Fairey sta lavorando artigianalmente su una forma di riappropriation art che sarà poi centrale nell’estetica degli anni Novanta del secolo breve e che diventerà determinante negli anni Dieci del nuovo millennio. Insomma un sacco di anni scritti con la Maiuscola.
Il 20 gennaio del 2009 si insedia alla Casa Bianca il primo presidente nero della storia americana, Barack Obama. È un tale shock per il Paese campione dei diritti umani che oggi, quasi al termine del mandato, la destra continua a sostenere che Obama non sia cittadino americano e soprattutto che sia di religione musulmana. E questo contro ogni logica, prova e dichiarazione. L’uomo che ha contribuito a spostare, secondo alcuni analisti, dal 3 al 5% dei voti a favore del negro di Chicago è Shepard Fairey. Sono passati vent’anni da quell’embrione di carriera nel negozio di fotocopie e Fairey nel frattempo si è diplomato, ha lanciato una campagna virale di sticker e manifesti (André the Giant has a Posse) che lo ha introdotto all’Olimpo della street art, ha fondato prima una e poi un’altra agenzia di grafica, è diventato un rispettato deejay, e ha esposto un po’ qui e un po’ lì riuscendo addirittura a entrare nel giro dell’arte che conta (cioè quella che conta i soldi).

Che bella e meravigliosa storia di realizzazione personale!, che storia americana!

Quell’anno lì, quello in cui deflagrava l’Impero del Male, il 1989, i fantasmi racchiusi nel Cremlino si sono sparsi per il mondo. Sono i fantasmi della dittatura del proletariato, gli spettri dei lavoratori e del Sol dell’Avvenire. Uno di loro, uno di questi ectoplasmi, ha viaggiato oltreoceano e si è impossessato di Shepard Fairey. Il nostro ragazzotto americano, alto, biondo e con i capelli con la riga da una parte ha passato la vita a raffigurare proprio loro, proprio quella parabola ascendente di una storia che è, diciamolo finchè si può, Comunista. I suoi manifesti, attaccati sulle strade americane o venduti in galleria, riprendono il costruttivismo russo, la propaganda cinese e sovietica, gli eroi della controcultura americana. Ha riproposto negli angoli di Los Angeles o Detroit manifesti con Stalin e Lenin, con il Subcomandante Marcos, con Angela Davis e le Pantere nere. Lo ha fatto da artista e non da militante, ma d’altronde lo ha fatto dopo il 1989, e come ho già detto non lo ha fatto proprio lui, ma il fantasma, l’entità che lo possiede.

Certo è facile prendere icone che non spaventano più nessuno (anche Reagan ci ha lasciati, nel 2004) e reinterpretarle per annoiati designer e collezionisti che possono così impressionare gli amici con opere d’arte che strizzano l’occhio a un comunismo che non c’è mai stato e che non ci sarà mai. E poi: non l’aveva fatto anche Andy Warhol con la sua serie Hammer & Sickle che dagli anni Ottanta a oggi illustra pedissequamente tutte le copertine di libri sulla Storia del Comunismo pubblicate da editori mainstream? La vera rivoluzione non è <inserire una voce a caso> ma invece è <inserire una voce a caso>.

Prendi un granello di sabbia e gettalo nell’ingranaggio. Quell’enorme macchina, quell’apparato industriale, si fermerà con stridore. Nel contesto di cui parliamo il granello di sabbia si chiama street art. I manifesti contro la guerra che realizza Shepard Fairey non adornano solo le pareti delle ville degli Hamptons di famosi attori o gli uffici ai piani alti dei grattacieli di executive losangelini. Vanno anche e soprattutto in strada. Entrano a far parte del dibattito pubblico, dell’infosfera urbana.

L’artista Shepard Fairey, quello del 3 forse 5%, paga in prima persona per questo. Il ragazzo oggi quarantunenne viene imprigionato più di venti volte. Trattenuto in carcere illegalmente. Multato. Pestato.

In quell’anno lì, quello in cui un ex assistente sociale nero diventa Presidente degli Stati Uniti, il 2009, Shepard Fairey viene arrestato dalla polizia di Boston con un’operazione che coinvolge trenta agenti. Viene trascinato fuori dal taxi che lo sta portando all’ICA (Institute for Contemporary Art) per l’inaugurazione della sua prima personale museale.

Pochi mesi prima il Presidente Obama gli aveva scritto una lettera per dirgli che gli era grato per l’aiuto e che era stato un onore essere inclusi in un suo manifesto.

Il giudice lo condanna con lo stesso principio del reato associativo che in Italia ha fatto finire in carcere tanti militanti della sinistra extraparlamentare: non avendolo trovato in flagranza di reato ad attaccare i suoi manifesti viene condannato comunque perché i manifesti riportano il suo nome. Manifesti attaccati proprio come evento collaterale della mostra dell’ICA. Non essendo la polizia e la magistratura in grado di distinguere un manifesto di Shepard Fairey da un qualsiasi altro manifesto, viene portata come prova la brochure della serata inaugurale che riportava la mappatura degli interventi urbani.
Sono passati vent’anni. Shepard Fairey nel frattempo ha pure fatto due figli. La moglie, Amanda Fairey, è una gnocca spaziale, e noi siamo contenti per questo. Il tempo è tiranno, ma soprattutto è stronzo. Fairey continua a realizzare un’arte di propaganda per un’epoca molto più vuota di quello che l’artista propone. Viene arrestato anche oggi, anche adesso, eppure la fama lo rende vittima di critiche feroci e ingiuste, o quantomeno ingiustificate. D’altronde se come credo lui non è lui, pensate a quanto si sta divertendo il fantasma del minatore russo che lo ha infestato.

 

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