Slum

di Davide Pellegrini

30 ottobre 2011

La luna è un occhio enorme e lascia colare giù la luce come una mano di vernice bianca che si disperde sulle lamiere delle baracche a perdita d’occhio. È successo ancora come ogni notte. Sono un fagotto scuro, una forma indistinta che si stacca dal chiarore dei riflessi come uno sbadiglio. E non so dove andare. Cerco un riferimento e mi accorgo d’essere circondato dalle onde delle lamiere, una città di ombre geometriche e irregolari. Ogni tanto l’aria a due dimensioni del buio scuro si tinge del movimento bluastro d’una creatura e capisco che sono nel mezzo di un groviglio vivente e che qua dormire o non dormire non ha a che fare con la sopravvivenza. Il destino della sopravvivenza. Il cuore mi batte all’impazzata e mi lascia in bocca un retrogusto acre, quasi di sale. Forse sono in uno slum.

È importante ogni volta definire con precisione dove posso essere finito. È fondamentale perché quella sensazione di altrove si porta addosso un bagaglio di idee che possono fare la differenza. Possono salvarmi la vita. Faccio due passi verso un vicolo polveroso, stretto tra due torri di ferro come una gola e mi accorgo di un’ombra. Si agita a intervalli regolari accompagnata da un suono; si agita e man mano che mi avvicino prende forma. Non è minacciosa nelle dimensioni, sarà alta poco più di un metro, ma nei movimenti trasmette un senso di terrore. Poi, preso coraggio, mi scosto e vedo un ragazzino di spalle che, con un bastone in mano, colpisce una forma scura ripetutamente. Un suono fermo, preciso, cadenzato al punto da confondersi nell’esattezza matematica di tutto il resto, che scorre diluendosi in mille impercettibili respiri di vita. Il ragazzino ha le gambe di una magrezza da fare impressione, leggermente piegate e divaricate come a darsi slancio, porta il bastone ogni volta al di sopra della testa e colpisce con portentosa violenza quell’ammasso di… non saprei dire. Non riesco a definirne l’origine, ma è immobile, rigido e coperto di pelo scuro. Piano scivolo via, raso alle pareti della prima torre. Trovo una specie di squarcio nel buio, un passaggio tra due assi di legno ed è un invito a entrare, sembra un urlo. Mi infilo in quella cavità e cerco per un momento di non esistere più nella pancia, cerco di limitare il mio corpo nei movimenti lasciandolo libero di esprimersi solo nella chimica della paura. Il mio odore ora è un odore forte. Cerco di focalizzare. Forse sono in uno slum e quello che so, il bagaglio di idee che mi porto dietro, potrebbe salvarmi la vita.

Si tratta di una sola notte. Mi chiudo come fossi un sasso e con le braccia cingo le ginocchia. Aspetto. D’un tratto un’enorme mano, aperta a ventaglio in dita lunghissime in prospettiva, si infila nel buio alla ricerca di qualcosa e comincia a rovistare. È talmente vicina al mio corpo, potrebbe afferrarmi e farmi a pezzi. Non so come sia possibile avere una sensazione del genere, ma è come se sapessi che le mie pupille sono implose, si sono allargate a dismisura diventando il campo di visione di un animale notturno. Ora tutto è chiaro. Mi sembra persino di anticipare i movimenti di quella mano, e vederli muoversi rapidi a destra e sinistra, fino a quando l’uomo avvicina la faccia e stampa due occhi grigio chiari di luna dentro la fessura, proprio dove io in quel momento esisto. Esisto. Ho il battito cardiaco fuori controllo e, come per una spinta di energia, fisso i miei occhi nei suoi, aspetto che mi riconosca per lanciarmi in una reazione fatale. Sono momenti interminabili, il mio viso è contratto, la pelle tesa deforma l’espressione nella maschera essenziale della morte. Sono linee tagliate con l’accetta. L’uomo trova un bastone e si alza. Comincia a picchiettare il terreno polveroso che restituisce il favore liberando nell’aria cupa e scura un pulviscolo denso che a me sembra avere la forza d’un desiderio di salvezza. Poi si allontana. È cieco e si fa strada nell’assenza di ostacoli del buio. Sono in uno slum, sono in maledetto slum. Quello che so, quello che penso di sapere, potrebbe salvarmi.

Come ogni notte, come in ogni notte del mondo sono riuscito a salvarmi. Devo restare qua dentro, devo rannicchiarmi e restare qua. Poi, mentre cerco di convincermi che tutto andrà bene, il respiro sulla mia pelle ritrova un equilibrio, tutta quell’adrenalina deve avermi trasmesso questo senso di spossatezza. Sto per addormentarmi. Un rumore sordo, ridondante. Colpi di bastone. Di nuovo scatto come un animale, ogni percezione è esaltata. Colpi di bastone e chiasso, un vociare. Sono dei ragazzini, non riesco a definirne il numero, ma tra loro vedo quello di prima. Si porta appresso, legata a un filo, la carcassa di pelo ormai intrisa di terra. Non riesco a definire quanti sono, il campo visivo è limitato. Passano davanti al mio squarcio e tirano oltre. Decido di affacciarmi un po’ e intanto sento i colpi contro le lamiere. Quei suoni gridano nel silenzio fermo della notte. Inizio una manovra per spostare il corpo in modo da potermi sporgere. Un movimento al rallentatore che finisce con lo smuovere uno degli assi. Resto immobile. I colpi di bastone si interrompono, subito dopo riprendono assieme a un vociare indistinto che è diventato un sussurro. Poi silenzio. Sono in uno slum, quello che so potrebbe… uno degli assi crolla e la forma del mio corpo avvolto da un panno si erge nella notte come uno spirito, un extraterrestre invitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Un totem o una bambola di pezza. I ragazzini urlano con quanto fiato hanno nei polmoni e cominciano a tirarmi le pietre, poi mi raggiungono con violenti colpi di bastone. Di nuovo l’adrenalina mi scuote e mi ritrovo a correre tra le baracche, mentre dietro di me un fiume scomposto di piccoli e grotteschi esseri mi insegue e comincia la caccia. Come ogni maledetta notte. E sono solo le quattro. Intanto dall’alto, per chi ha potuto vederlo, un uomo corre bucando la notte, squarciando il ventre delle lamiere da parte a parte in un viaggio per la vita delirante, e un fiume di ragazzini aumenta al passaggio davanti ogni baracca che si apre e vomita fuori altri minuscoli cacciatori. Ed ecco, la polvere di una clessidra che si ricompatta dietro quell’uomo e corre, armata di bastoni e coltelli. Sono solo le quattro. E sono in un maledetto slum.

Un’ora dopo mi hai trovato in cucina, ti eri svegliata per andare in bagno. Mi hai trovato davanti a un caffé, con la faccia barbuta tirata come la pelle d’un tamburo. E non ti sei accorta, nella temporanea sospensione del sonno, dei segni che avevo addosso. Ogni notte sono da qualche parte, e quello che so potrebbe salvarmi la vita.

Comments:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Registrati alla nostra newsletter per avere aggiornamenti editoriali dalla redazione.