Nicoletta Iacobacci

di Davide Pellegrini

30 ottobre 2011

Da sempre si guarda al TED come a un vero e proprio fenomeno nel mondo della divulgazione di argomenti legati all’innovazione. Speech di quindici minuti promossi da opinionisti, artisti, tecnologi, manager, imprenditori che trasversalmente discutono sul futuro del mondo, su scenari in via di sviluppo che toccano scienza e tecnologia, ambiente e territorio, design e produzione industriale, media e comunicazione. C’è chi, come Nicoletta Iacobacci, ha deciso fosse ora di coinvolgere l’Italia. Grazie a lei il MAXXI di Roma ha ospitato una prima edizione.

Da sempre guardiamo al TED come un format rivoluzionario, tra  didattica, divulgazione, intrattenimento. Perché l’idea di portare  un’edizione a Roma?

Mi considero una change maker e una disruptor nel senso che, per  cambiare, bisogna rompere gli schemi. Penso che Roma abbia bisogno di operazioni “alla TED”, di eventi in inglese con speakers internazionali; altrimenti sono sempre le  stesse persone, che fanno gli stessi discorsi. La mia non vuole  essere una critica: solo uno stimolo a allargare gli orizzonti.

Il TED utilizza le tecniche dello storytelling e del pitch. In cosa questo approccio può risultare innovativo per la nostra cultura?

Un evento molto curato con alla base delle storie personali è coinvolgente; molto più interessante, credo, di una conferenza normale dove lo speaker enuncia in terza persona e presenta scenari fatti da dati e da risposte inconfutabili. Al contrario, sul palcoscenico di TED, i relatori (anche personaggi importanti e famosi) risultano umani e quindi alla portata del pubblico. In un certo senso il divario fra presentatore e fruitore si abbatte e l’atmosfera generale è piacevole, quasi euforica. È più semplice divulgare innovazione, fare cultura, fornire spunti, far nascere idee con delle storie da raccontare.

In un mondo fluido (Bauman), l’interdisciplinarietà diventa un obbligo. In che modo e per via di quale “visione” viene sviluppato il programma?

Il claim degli eventi TED è “Ideas Worth Spreading”, ovvero le idee diffondono valore. Nello spirito della diffusione delle idee, TED ha creato un programma chiamato TEDx, attraverso il quale vengono organizzati eventi in maniera indipendente che coinvolgono persone in un’esperienza analoga a quella dei TED. TED è l’acronimo di Techology, Entertainment e Design: l’interdisciplinarietà non solo è un obbligo ma diventa quasi un veicolo narrativo.

Qual è stato il tuo percorso, e che difficoltà hai incontrato a sviluppare un progetto del genere?

TEDx Transmedia nasce nel 2010 come evento svizzero, perchè supportato dall’European Broadcasting Unio, il consorzio di tutte le TV pubbliche europee e per il quale lavoro come Head of Multiplatform. Quest’anno ho deciso di spostare l’evento in Italia, a Roma, per portare energia internazionale e un nuovo, ritrovato entusiasmo. Operazione difficile ma da provare. Devo dire che RAI5 e il MAXXI Museum sono stati lungimiranti perché hanno subito creduto nell’evento. RAI5 per le riprese e lo streaming; il MAXXI per averlo ospitato.

È corretto, secondo te, pensare che ci sia davvero bisogno di rinnovare gli stili linguistici e i contenuti di questo tipo di manifestazioni?

Si, certamente. La platea è cambiata. Non sono più sufficienti tartine e gadget colarati per attirare il pubblico. Chi partecipa al tuo evento vuole tornare a casa con idee nuove, con progetti in divenire. Costruire un evento “alla TED” comporta una preparazione attenta e una cura speciale nella scelta degli speaker e nella narrativa delle loro storie. In un certo senso la manifestazione deve avere tempi teatrali e una sorta di copione che tende a stimolare o risvegliare l’inner child. Il curatore di un evento TEDx sente una forte responsabilità perché è cosciente della“grandezza”, dell’unicità e dell’innovazione delle conferenze TED: la possibilità di scovare persone straordinarie e magari sconosciute, che, se ascoltate, hanno la capacità di cambiarti la vita.

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