Kaufman, le orchidee, la mente, due gemelli

di Davide Pellegrini

30 ottobre 2011

Ci ho messo un po’ prima di scrivere qualcosa su Charlie Kaufman. Perché su un autore così puoi dire cose che abbiano senso solo se le dici in libertà, piuttosto che seguire i binari del consueto pezzo-recensione strutturato in quel modo biografico che non interessa davvero più a nessuno. CHARLIE KAUFMAN NASCE… BLA BLA BLA. Allora cosa ho pensato di buttar giù? Innanzi tutto vi dico che se l’idea è quella di conoscere più a fondo un autore, cercatelo su Wikipedia, magari senza saperlo date un aiuto al buon Jimbo Wales, che da qualche anno ormai, come un profeta del nulla, va in giro a reclamare  lo stato d’agonia dell’enciclopedia in rete. Se, invece, vogliamo parlarne sul serio, è un’altra storia.

Kaufman per me è il progressivo affermarsi dello psicologismo autoriale che in tante misure ritroviamo in un sacco di altri artisti, da Spike Jonze, che butta sull’onirico, a Cristopher Nolan, che con Inception va a giocare con la “maniera” e un po’, diciamolo, ci si incasina la vita. Kaufman è lo sceneggiatore che riprende il gioco matematico, la combinatoria, lo strutturalismo creativo e li porta all’ennesima potenza contaminandoli con temi che, di là del riferimento alla psicanalisi, si affacciano al modo di sentire delle masse (Eternal Sunshine: chi, soffrendo pene d’amore, non ci ha pensato almeno una volta?).

Ora si potrebbe parlare di Essere John Malcovich, che resta una grande prova tecnica o, appunto, tornare sui passi di Eternal Sunshine, con lo stralunato Jim Carrey che, superato l’imbarazzo delle espressioni comiche e delle faccette, crea un personaggio liquido e commosso, “eternamente” sul filo del crollo romantico ed emotivo. Invece, se dovessi descrivere chi è Kaufman, farei riferimento al meno fortunato Il Ladro di Orchidee perché è là, come molti altri grandi che hanno del proprio talento percezioni grottesche e divertite, che Kaufman viene fuori, firmandosi in una coppia di gemelli (uno introverso e ricco di talento, preda di continue “paranoie”, l’altro superficiale, lineare e poco talentuoso) coinvolti in una specie di thriller. Nell’incontro-scontro con il suo alter ego (uno dentro l’altro), Kaufman descrive se stesso, le sue paure e le sue regole creative, con parti complementari, con cui gioca, che lo vedono ora complesso e sudaticcio, in preda a un’incredibile insicurezza esistenziale, ora scanzonato e socievole, eccitato dalla propria inconsapevole e inconsistente attitudine autoriale.

Dietro questi due personaggi c’è lui, dietro l’obiettivo di scrivere una sceneggiatura (che è la trama del film), c’è l’idea di quella tensione al gioco letterario, al divertissement, al calambour. C’è l’incastro, che fa pensare all’OULIPO francese, c’è un ometto che alla fine entra ed esce dall’inconscio, si immerge nella mente profonda e ritorna in superficie. Non si tratta, certo, di un film riuscitissimo, ma cavolo! Parliamo di Kaufman, un autore che, rispetto al magma di trame tutte uguali e di film stereotipati e prodotti in modo seriale dalla prodigiosa macchina fordista hollywoodiana, ha saputo distinguersi fino a creare uno stile. Kaufman, l’uomo che scrive della sua mente.

Cos’altro ci si poteva aspettare?

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