Il più grande coro virtuale del web, un inno alla società globale digitalizzata.

di Agostino Melillo

30 ottobre 2011

Il 7 aprile 2011 Eric Whitacre, compositore e direttore di coro, ha presentato al Paley Center di New York il suo Virtual Choir 2.0. Si tratta di un coro di 2052 voci provenienti da 58 Paesi, sotto la sua direzione, per l’esecuzione di Sleep. Oltre i grandi numeri, un aspetto conferisce grande interesse all’evento: i coristi non hanno cantato simultaneamente, ma hanno inviato singolarmente via web il proprio contributo individuale, successivamente selezionato e montato.

Ebbene sì, al Paley Center non c’erano 2052 persone pressate, spalla contro spalla di fronte alla platea, ma uno schermo ad alta risoluzione e Whitacre a raccogliere la standing ovation del pubblico e sciorinare la compiaciuta loquela.

Virtual Choir 2.0 è la tappa finale di un percorso iniziato qualche anno fa, nel maggio 2009. Una fan, Britlin Losee, manda un video sul blog del compositore in cui esegue una delle sue opere più note, Sleep, come segno di ammirazione. «La tua musica mi ha toccato» – dice emozionata la ragazza nel video – «spero di essere unica e diversa, come te». Eric, colpito, invita tutti i suoi fedeli supporter telematici dall’ugola fine a fare altrettanto, e trova in Scott Haines un volontario disposto a montare i video ottenuti in un file audio unico.

L’esperimento tocca le corde giuste, convince, solletica l’ambizione di Eric Whitacre, che decide di organizzare un vero e proprio coro virtuale. Registra un video con le istruzioni per l’esecuzione della sua Lux Aurumque e posta il link sul suo blog; riceve presto numerosi video di risposta. Nasce così Virtual Choir 1.0, con 185 voci e 243 tracce, messo in rete nel marzo 2010 (a maggio contava già 2 milioni di visualizzazioni), un po’ rudimentale ma molto acclamato dagli internauti.

Il tempo di riorganizzarsi ed ecco in rete un comunicato di presentazione di Virtual Choir 2.0, con nuovo link al video delle istruzioni per l’esecuzione di Sleep. Questa volta ai coristi si impartiscono consigli anche circa l’abbigliamento e il setting audio. Dopo sei mesi di lavoro, con la collaborazione del Floating Earth Studio per il missaggio audio, e del Rehabstudio per la produzione video, l’opera è pronta per essere mostrata al pubblico. Il risultato è ben più professionale del precedente, ma la sostanza non cambia. In una sfera dorata al centro dello schermo, Eric volteggia leggero le braccia, scuote deciso le mani, agita i capelli, inumidisce ammiccante le labbra, guarda languido dritto in macchina, tentando di sedurre il cameramen. Sullo sfondo c’è il cosmo, tinto in seppia, intarsiato di stelle luminescenti. L’inquadratura si allarga lentamente svelando la presenza di altre sfere accanto alla principale, popolate di volti ispirati con cuffie da studio e brandelli di arredamento da interni, scorci di tappezzeria e poster alle spalle. Raggi luminosi connettono tra loro gli oggetti fluttuanti (stilemi alquanto tipici, come se le realtà virtuali debbano essere per forza pacchiane).

Ma se il progetto è forte, la sua realizzazione è solo una postilla. «L’inno di chi vuole credere alle umanizzanti possibilità di un mondo connesso» – urla Chris “coda lunga” Anderson – ma al più potremmo parlare di una pietra miliare della retorica globale o del fideismo 2.0.

La forza dell’idea deriva dall’entusiastica partecipazione volontaria di uno stormo di usignoli, chiamati a raccolta dagli appositi richiami digitali, che a quanto pare funzionano meglio degli omologhi a fiato. Il motore di tutto è la passione. La passione degli utenti che cercano in rete la possibilità di coltivare i propri interessi senza i limiti spazio-temporali del mondo reale, e l’appagamento non sembra risentire dell’assenza del contatto fisico e della presenza hic et nunc dei partecipanti più o meno blasonati. Tra i commenti al video di Britlin Losee su YouTube, un utente si complimenta con la ragazza per essere stata il fattore scatenante per il progetto Virtual Choir, augurandole di conoscere presto il proprio idolo, se ancora non avesse avuto modo di fare la sua conoscenza. La ragazza risponde di non averlo incontrato, ma il fatto di aver cantato sotto la sua direzione è per lei la realizzazione di un sogno. La vita è sul web, o il web aiuta a vivere? Verrebbe da chiedere rielaborando un classico del talk show televisivo. Ciò che è certo è che il web promette ai sognatori una maggiore possibilità di conquistare i propri 15 minuti di gloria.

Whitacre non ha fatto altro che dirigere le keyword (manifestazione testuale di un bisogno circostanziale) dei suoi fan verso un intento comune, per la soddisfazione propria e, in seconda battuta, dei partecipanti. Un avanguardista del mondo della musica, dunque, o un aggregatore di talenti non retribuiti? Forse solo un altro professionista che cavalca le possibilità offerte dal 2.0.

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