Daikichi Amano e l’oscuro sognare del Giappone Arcaico

di Dario Morgante

30 ottobre 2011

Giappone: alta tecnologia, ragazzine in divisa da marinarette, controllo sociale opprimente, treni ultraveloci, pesca selvaggia alla balena, geishe e sakè. Interpretare il mondo tramite i suoi clichè: un’ottima idea. Il Giappone, il monte Fuji, la Grande Onda di Hokusai. Il Giappone popolato da pervertiti, da toccatori di culo sulla metropolitana, da feticisti ossessionati dalle mutandine delle liceali.

Dal Giappone schiere di turisti con le macchine fotografiche. Flash a raffica su tutto ciò che si muove. Il Giappone dei cartoni animati, dei fumetti, dei robot giganti. Il Giappone che medita profondamente in maniera zen. E dal Giappone finanche artisti. Murakami. E poi Murakami. Rifletti di più. Murakami?

1973. Io ho due anni. A Tokyo, attaccata un giorno sì e uno no da Godzilla, nasce Daikichi Amano. Sta lì, cresce a ramen e sushi, frequenta scuole di vario livello e a un certo punto – ventenne – se ne va a New York. Evidentemente gli Amano non sono povera gente. Il giovane Daikichi come tutti i giapponesi impara molto e in fretta, è sempre timido, ma si lascia andare a serate karaoke dopo la ventesima birra. Dopo un po’, diciamo una volta appresa l’arte Occidentale della fotografia, torna in patria. Scatta tanto e bene, e finisce con il lavorare nella moda. Finisce? Inizia. Per un po’ almeno. Poi si stufa, e si mette a fotografare donne nude.

Fotografare donne nude è sempre bello.

Daikichi Amano scatta e scatta, una modella dopo l’altra e finisce che prende un po’ di cliché nipponici e li infila nelle foto. L’erotismo giapponese non è roba da fichette. Letteralmente. Così il nostro eroe inizia a infilare anguille nei culi delle ragazze che fotografa, le cosparge di larve vive, le sommerge di bigattini, scarafaggi e blatte. Ne risultano una serie di immagini disturbanti e sensuali, ma non perverse, perché il cliché erotico giapponese le prevede fino all’ultima virgola. In altri termini, se qui nel Grande Occidente Lady Godiva se la spassa cavalcando nuda al pelo, laggiù le creature della terra e le ragazze esili dai capelli lisci e neri se la godono allo stesso modo.

Comunque questa è la storia di Daikichi Amano e delle sue foto “oscene” (qui però, nel paese delle libertà). Almeno fino a qualche anno fa. Il tempo per diventare un fenomeno di culto tra i pervertiti nostrani, tra i ricercatori del feticismo estremo, tra quelli che si appendono e quegli altri che il lato oscuro della forza è come il paradiso del Mulino Bianco.

Poi come tutti gli artisti che si rispettino Amano insiste nella sua ricerca, e penetra un regno nuovo. Nei suoi ultimi scatti la compenetrazione donna/natura diventa non più un esercizio di stile al servizio di un erotismo da cliché perverso, da Mondo Movie settantarello, ma la scoperta di un universo “differente”. Che esiste assieme al nostro, ma che parla un altro linguaggio.

Semplifico con due accostamenti: Terrence Malick e Hayao Miyazaki. Non c’entrano niente, ma sono i primi che mi sono venuti in mente. E anche gli unici. Il primo realizza film, è un regista, e in questi film crea letteralmente l’epica del mondo. Gli occhi sgranati di Colin Farrell in The New World sono i nostri occhi sgranati di fronte a un mondo che è una roccaforte di pregiudizi e che Amano suo malgrado sfata o vorrebbe sfatare. Non riusciamo a cogliere la grandezza e la complessità del mondo e delle culture, e come Superman/superuomini ci arrocchiamo in fortezze della solitudine. Da lì a tirare molotov ai campi rom il passo è breve.

Hayao Miyazaki: guardare la Principessa Mononoke, poi guardare le immagini di Daikichi Amano. Uomo, natura, mitologia, regno animale, rispetto, tradizione, epica. Quando si dice che le radici europee sono da rintracciarsi nella tradizione giudaico-cristiana si dice una cosa falsa e al tempo stesso una cosa vera. Lasciamo da parte per il momento quella falsa e teniamoci la vera: quando lo si afferma ci si dimentica degli altri, quelli che le radici giudaico-cristiane non le hanno. Come Amano, ad esempio. Così possiamo guardare le sue immagini e sentirci disturbati, senza che questa sia minimamente la volontà dell’artista.

Come sempre: guardare e non vedere.

Daikichi Amano racconta il sogno primordiale del Giappone, lo aggiorna a un’estetica del contemporaneo che è tutto fuorché il prisma di un iPhone.

Un tempo si sacrificavano le vergini gettandole dentro a un vulcano. C’era un motivo. Amano ci ricorda quale fosse.

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