Enrico Bossan: Tutti i COLORS del Mondo

di Francesca Fornari

1 agosto 2011

Ritratto di Enrico Bossan (by Piero Martinello)

Ho avuto la fortuna – e il privilegio – di conoscere Enrico Bossan e intervistarlo per il numero di Laundry dedicato alla “Green generation”. Enrico collabora da diversi anni con Fabrica, il laboratorio creativo di Benetton, dove coordina il Dipartimento Fotografia ed è direttore responsabile di COLORS Magazine. Dal 1985 pubblica con continuità i suoi servizi fotografici su riviste nazionali e internazionali e dal 1992 è rappresentato dall’agenzia Contrasto. Ha vinto diversi premi (come il Kodak per la fotografia professionale) ed esposto i suoi scatti allo Houston PhotoFest, alla Biennale Internazionale di Fotografia di Torino, ad Amsterdam, Arles, Milano, Roma, Salonicco, Tokyo e Venezia. Molte anche le pubblicazioni di reportage, tra cui diverse sul tema della sanità e della cooperazione socio-sanitaria (Esodo, sguardi da una casa che accoglie malati di Aids, e Un privilegio difficile, reportage nell’Africa Sud Sahariana, per Cuamm Medici con l’Africa).
Potrei andare avanti a lungo nel raccontare i dettagli della ricchissima vita professionale di Enrico Bossan, ma preferisco lasciare a lui la parola, convinta soprattutto dalla sua grande apertura e accoglienza, e dall’interesse che mostra per i giovani artisti e per i suoi interlocutori in generale.

COLORS magazine, “una rivista sul resto del mondo”: ci puoi parlare di questo concetto e della filosofia che lo anima?

Fondato nel 1991 sotto la direzione di Oliviero Toscani e Tibor Kalman, nella convinzione che le differenze sono positive e tutte le culture hanno lo stesso valore, COLORS oggi rientra nel quadro delle attività editoriali di Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione della Benetton. Nel nuovo complesso architettonico di Fabrica, restaurato e ampliato dall’architetto giapponese Tadao Ando, ha sede anche la sua redazione, che si avvale di una rete di collaboratori esterni distribuiti ai quattro angoli del pianeta. COLORS si esprime soprattutto attraverso le immagini: un mezzo universale per raggiungere il maggior numero di persone con un impatto forte e immediato. Con questo linguaggio visivo i temi di COLORS oscillano tra quelli di forte impegno, come l’ecologia, i conflitti del mondo, la lotta all’Aids, e altri più leggeri, come lo shopping, la moda, i giocattoli, i collezionisti, ma sempre rivisitati con un occhio anticonvenzionale. La rivista è trimestrale e viene distribuita in quaranta paesi. Tanta gente da accontentare, ecco perché ogni numero è bilingue e abbina all’inglese anche l’italiano, il francese, lo spagnolo e il coreano.

Al di là del chiaro presupposto multietnico, definiresti COLORS una rivista “politica” o con intenti anche politici?

Più che un intento politico, crediamo che la missione principale di COLORS sia di essere curioso verso il mondo e di interagire con la società e i lettori. COLORS è giornalismo senza celebrità né cronaca, niente editorialisti o grandi firme. Preferiamo dare spazio alle mode che non vedrai mai sfilare in passerella. I divi di COLORS sono la gente comune: se parliamo di cibo, per esempio, andremo a scovare che cosa mangiano a colazione i mongoli, invece di occuparci di quello che preparano a pranzo gli chef francesi. Ogni numero esplora un tema sociale o d’attualità – la guerra, l’AIDS, lo shopping, gli animali, l’ambiente – e lo segue senza preconcetti in giro per il mondo.

COLORS è un magazine dal grande impatto visivo, in questo simile al messaggio di tipo pubblicitario. Cosa pensi in proposito? È l’immediatezza e l’universalità delle immagini che vi spinge a usarle in modo così massivo o c’è dell’altro?

Sin dalla sua nascita COLORS ha sempre voluto guardare la realtà da prospettive diverse, per questo è stata capace di andare dove molti altri non pensavano ci fossero storie interessanti, come quella di Rolando Truillo, un tagliatore di legna nella Terra del Fuoco in Argentina. Ecco cosa intendiamo quando diciamo: il resto del mondo. Le immagini, insieme al design grafico, compongono una gabbia sempre nuova, che vuole mettere ogni volta in discussione quali siano i nuovi confini nel fare un giornale.

COLORS è una rivista sostenuta da un’azienda – la Benetton – che ha obiettivi commerciali. Quanto influenza impostazioni, scelte tematiche e contenuti questo fatto? Insomma, quanto sono “liberi” i suoi colori…?

COLORS è comunque una rivista indipendente. Poi può capitare che i temi affrontati riflettano la linea editoriale delle campagne di comunicazione del Gruppo Benetton, come ad esempio nel caso di “Volontari”, un numero uscito in concomitanza con una campagna United Colors of Benetton per celebrare l’Anno Internazionale per il Volontariato (2001) realizzata in collaborazione con United Nations Volunteers. Oppure un numero sul cibo uscito nel 2003, che riprende la campagna Benetton “Food for Life”, realizzata in collaborazione con il World Food Programme, l’agenzia ONU in prima linea nella lotta contro la fame nel mondo.

Il numero in uscita ha per titolo “Transport” e affronta dunque anche una tematica molto cara agli ambientalisti e a tutti coloro che hanno coscienza civica e rispetto per il pianeta: l’inquinamento. Quali dati sono emersi dalle vostre ricerche e come pensate di poter sensibilizzare il vostro pubblico?

Com’è nel DNA di COLORS, la nostra idea è di affrontare una questione globale come quella dei Trasporti attraverso il racconto di storie locali di persone che tutti i giorni devono affrontare problemi reali e concreti e che trovano delle soluzioni assolutamente ingegnose e alternative.

Da quando hai assunto la direzione di COLORS (era il 2007, se non sbaglio) cosa è cambiato in sostanza nel magazine e perché?

Il mio arrivo a Fabrica è nel giugno del 2005 come capo dipartimento di fotografia. Il mio coinvolgimento con COLORS inizia nel 2006 a seguito del successo ottenuto col numero dedicato a Pechino, pensato e interamente realizzato da due miei fotografi cinesi: Cheng e Peng. La direzione editoriale inizia in effetti nel 2007. Il mio ruolo in questi anni è stato quello di trovare e valorizzare – all’interno di Fabrica – giovani talenti che potessero, con la loro creatività, dare nuovo impulso alla rivista. In questi anni la direzione artistica è stata di Cheng e Peng, Erik Ravelo, Sam Baron e Patrick Waterhouse.

Sono molto curiosa dell’iniziativa “Colors Lab”, la piattaforma collaborativa di COLORS magazine: puoi raccontarci quando è nato questo progetto e come ha risposto il pubblico dei giovani talenti creativi? Se non ho capito male, le idee migliori trovano posto nella versione cartacea del magazine…

Quando il magazine è nato nel 1991, Internet era solo una promessa e il mondo della comunicazione apparteneva ai professionisti. COLORS oggi supera questi confini per unire lettori e redazione in Colors Lab HYPERLINK “http://www.colorsmagazine.com/”http://www.colorsmagazine.com/, uno spazio di condivisione nato nel 2009 dove scrittori, fotografi o semplici lettori possono proporre il loro materiale spontaneamente. Una piattaforma partecipativa in cui mescolare redazione e pubblico, autori e lettori, in cui ricevere consigli e discutere il tema del magazine. Le proposte migliori vengono poi pubblicate sulla versione cartacea del magazine. A breve lanceremo anche una nuova versione del sito di COLORS che sarà complementare e parallelo alla versione cartacea, con contenuti video, audio e interattivi inediti. La nostra intenzione è che il nuovo sito serva da “catalizzatore” per raggiungere il maggior numero di persone possibile. I visitatori saranno invitati, anche grazie ai Social Network, a interagire con la redazione, condividendo idee e messaggi sui temi affrontati di volta in volta dal magazine.

Patrick Waterhouse, il direttore creativo di COLORS, ha vinto insieme al fotografo sudafricano Mikhael Subotzkyy il Discovery Award 2011 ad Arles. Ci piacerebbe chiederti qualcosa sul suo percorso di artista in generale e sul suo ruolo all’interno dell’esperienza COLORS magazine.

Nato a Bath, in Inghilterra, nel 1981, Patrick Waterhouse ha studiato comunicazione visiva presso il Camberwell College of Arts e ha lavorato per cinque anni nel mondo dell’advertising londinese. Tra i riconoscimenti ottenuti, ha ricevuto un design award da Sony ed è stato finalista presso il Design Business Association’s Inclusive Challenge, una competizione volta a promuovere la collaborazione tra il mondo del commercio e del design; ha inoltre prodotto Absolute Truth and Other Possibilities, un libro sulla vita e l’opera di Franktof F. Burnsteins.
Nel settembre del 2006 Patrick ha lasciato Londra per approdare a Fabrica, il laboratorio creativo di Benetton. Qui ha preso parte a vari progetti, tra cui: il numero 71 di COLORS Magazine, Welcome to Vörland (estate 2007), dedicato alla sostenibilità, di cui è stato art director; la campagna istituzionale per il Gruppo Benetton Africa Works (2008), che ha illustrato e di cui è stato art director. Nel novembre 2008 Patrick ha lasciato Fabrica per collaborare con l’artista sudafricano Mikhael Subotzky. Nel 2009 Patrick è tornato a Fabrica come direttore creativo dell’area di editoria. Durante questo periodo ha seguito diversi progetti, tra cui un’edizione dell’Inferno di Dante Alighieri per Mondadori, per la quale ha eseguito a mano più di 300 illustrazioni, e il numero 81 di COLORS Magazine “Trasporti” (estate 2011), di cui è stato creative director. Recentemente, come accennavi nella domanda, Patrick ha ottenuto il prestigioso Discovery Award 2011 assegnato dal Festival della Fotografia di Arles con il progetto “Ponte City”, realizzato in collaborazione con il fotografo sudafricano Mikhael Subotzky.

La sfida di Fabrica è quella dell’innovazione e dell’internazionalità, un modo per coniugare cultura e industria, non solo attraverso i prodotti editoriali, ma anche con il design, la musica, il cinema, internet, la fotografia. Tu sei anche responsabile del Dipartimento di fotografia, ci racconti un po’ questa esperienza, che sembra centrale nel processo di ricerca che ha luogo a Fabrica?

Non dobbiamo dimenticare che Fabrica è stata voluta dal fotografo Oliviero Toscani. La fotografia è sempre stata centrale nella comunicazione di Benetton. Quando con grande entusiasmo mi è stato chiesto di occuparmi del dipartimento di fotografia, ho pensato che avrei voluto creare un gruppo che si occupasse principalmente di fotografia di documentazione. Mi sono dedicato per i primi sei mesi ad uno scouting intenso, cercando io stesso, in prima persona, i giovani che avrei voluto in squadra. Non mi sono fermato a selezionare i candidati dai portfoli che arrivavano a Fabrica, ho contattato le più importanti scuole di fotografia e in alcuni casi sono andato di persona per conoscere le realtà della fotografia giovane. Trovati i ragazzi, abbiamo cercato di pensare e realizzare dei progetti a medio e lungo termine. Alcuni di loro hanno continuato a lavorarci anche dopo aver lasciato Fabrica. Un importante momento di verifica del mio lavoro è stata la mostra I see, al centro Pompidou, per i quarant’anni della Benetton. Lavorare con i giovani mi ha fatto riflettere su quanto sia importante, a un certo punto della nostra vita, restituire una parte di quello che abbiamo ricevuto. I fotografi spesso sono esseri egoici, autocentrati e autocelebrativi e questo mi ha aiutato a guardarmi dentro per trovare un modo per trasmettere la mia conoscenza e allo stesso tempo trovare altre strade di comunicare quello che per me significa la fotografia.
In questi anni sono stati con noi fotografi che oggi rappresentano delle realtà importanti nel panorama della fotografia internazionale, come Olivia Arthur, Leonie Purchars , Philipp Eberling, Reed Young, Lorenzo Vitturi, Ashley Gilbertson, Mikhael Subotzky, Munen Wasif, Kitra Kahana, Liz Hingley, Jennifer Osborne, Piero Martinello, Margò Ovacharenko, Laia Abril.

A quale progetto del Dipartimento fotografia sei più legato e cosa avete in cantiere per la prossima stagione?

In questo momento Laia Abril sta portando avanti un progetto molto bello dal titolo “Dolce Pace”, in cui racconta la vita delle nuove famiglie omosessuali, attualmente esposto a Treviso nella galleria XYZ. Margò Ovacharenko è tornata in Russia e sta lavorando a un progetto sulla danza. Altri progetti stanno prendendo forma per la ripresa delle attività a Settembre con l’arrivo di nuovi giovani artisti.

Vorrei chiudere chiedendoti di un’altra iniziativa che so interessarti molto, il progetto di  e-photoreview

e-photoreview è un blog che ho creato nel giugno del 2010. Ho sentito la necessità di realizzare delle video interviste a giovani fotografi per dare voce alle loro storie, e a ciò che li ha spinti a intraprendere quel percorso. È un modo nuovo di conoscere la fotografia, più intimo e personale, in quanto sono i fotografi stessi a parlare dei loro progetti. Tutto questo è reso possibile grazie a un gruppo di giovani che hanno deciso di dedicare una parte del loro tempo per collaborare al blog.

Grazie davvero, Enrico, e arrivederci a presto, continueremo a seguire tutti i tuoi progetti.

Cover di COLORS-81

Foto di Enrico Bossan

Foto di Enrico Bossan


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