LIME – THE SET UP PART I

di Emanuele Roccucci

21 giugno 2011

LIME ::::

La frase del momento:
Never said I’m happy, just think you suck

Intro

Il logo di Lime è un frutto mozzicato. Uso volutamente il termine mozzicare per dare un’idea di duro, volgare, violento.
Vorrei anche che, proprio al di sotto del frutto, venisse rappresentata una chiazza, una macchia di liquido che non si sa bene cosa possa essere.
Di fatto è l’ambiguo, il lascivo, potrebbe essere un succo gastrico, potrebbe essere bava…

Antefatto

Due piedi camminano inquadrati dall’alto.  Un uomo ben vestito si trascina dietro una borsa. Siamo all’interno della stazione dei treni e l’uomo ha un viso stanco, la barba di qualche giorno. Oltre alla borsa, che gli pende obliqua su una spalla, l’uomo lascia scondinzolare dietro di sé un trolley con una rotella rotta. Si sente appena il cigolio della valigetta zoppicante. L’uomo è avvolto in un piumino, abbiamo l’impressione che possa fare freddo.
Arriva sul piazzale della stazione, guarda il tabellone delle partenze, l’occhio gli cade su un chiosco che sta per aprire, con dietro la griglia una donna che sta preparando il bancone per l’apertura. L’uomo si sposta frontalmente al chiosco e aspetta che le saracinesche automatiche vengano tirate su.
A un tratto un ciccione, con una borsa anni settanta a tracolla e un cappello da pescatore gli si mette vicino. Ha le gambe vagamente divaricate e il cavallo un po’ gli pende, le mani in tasca e la pancia all’in fuori, rilassata. Una posa che diremmo sciatta. Il nostro uomo lo nota e si accorge lentamente che ha in bocca uno stecchino.
Le saracinesche aprono, la donna si è infilata una bustina che porta scritto il nome della catena del chiosco, lo guarda, poi si volta e chiede l’ordinazione al ciccione. L’uomo resta come sorpreso, era là prima; il ciccione chiede un caffé, lo beve, mette sul bancone una moneta, si gira appena verso l’uomo e gli sbatte in faccia un sorriso sardonico da presa in giro. Poi, come nulla fosse, il ciccione si allontana. L’uomo senza farsi vedere prende la moneta che il ciccione ha posato sul bancone, ordina un caffé e, appena la donna del bancone si volta a prepararlo, prende la mira e sputa sulla schiena del ciccione una patacca verde. Beve il caffé, fa vedere alla donna che poggia la stessa moneta sul bancone
e si allontana. Mentre sfila verso il treno sente dietro di sé la voce della donna che richiama il ciccione chiedendogli di pagare.

L’uomo sale sul treno, squilla il cellulare:

OOOOOHHHH (entusiasmo), cia’…
sì, sì, te l’ha detto… cazzo, non lo so come, davvero?
PAUSA
Stavamo là, davanti a una bistecca ed è venuta fuori (sorride mentre lo dice)
SALE SUL VAGONE
Ecco, guarda, aspetta, ti racconto. L’idea è una serie, no no, una serie che…

TITOLI DI ENTRATA :::: attacca HOLD ME NOW DELLE ELASTICA

LIME – set up

Grabo

Una busta di carta che svolazza presa dal turbinio di un mulinello di vento (American Beauty).
Un primo piano sugli scatti impercettibili di un occhio.
Tom Cruise con i capelli lunghi che parla a una sala di sfigati di conquiste e di figa (Magnolia).
Lo stesso occhio si contrae più e più volte. Si spalanca.
La stanza è cupa, piccola, e puzza di chiuso. Grabo è sul letto, i piedi a terra. Uno è più grande e l’altro più piccolo. Non è un effetto ottico. Ogni volta che qualcuno glielo ha chiesto lui ha inventato una storia diversa. E’ di un paese dell’est in una fase della vita in cui la vita di merda la fa chi viene dall’est. E chi viene dall’est più o meno fa la vita di Grabo. Che cerca lavoro e passa il tempo a fare colloqui.
Si alza, si gratta una spalla. Le dita della mano sono piuttosto tozze. Una mano corta e possente. la pelle si stira quando la tocca, si tende e rivela un tatuaggio di Pistorius che corre.
Grabo non sembra sveglio a prima vista. Non sembra sveglio nemmeno a parlarci. Grabo ha altre qualità. Ad esempio è tenace, perseverante e va a troie. Grabo è molto dotato, davvero molto molto dotato.
Va in bagno, sfila il coso e piscia. Sulla parete una busta di plastica, come fosse un’opera d’arte contemporanea, attaccata alla parete con le puntine.
Poco vicino, uno specchio grande come un taccuino. Ma proprio come un taccuino, una moleskine a dirla tutta. Così per vedersi meglio, utilizza altri specchi. Li regge in mano e con un gioco di riflessi scopre un brufolo sul collo, prova a schiacciarlo. Dissolvenza.

MUSIC PERFORMED BY :::: GORAN BREGOVICH, GOGOL BORDELLO

Canziani

Un camice. Delle urla violentissime. Il camice prende tutto il campo visivo, si muove, come una tenda al vento, come la vela di una barca da regata. Solo dopo un po’ ci accorgiamo di una mano che tira con violenza il camice verso il basso dandogli quello strano moto perpetuo. Urla ancora più forti, mentre sale il ronzio metallico di un qualcosa di acuminato, di rotatorio, di meccanicamente pericoloso.
“Ecco, ancora un poco… dai dai dai dai… daiiiiiiiii. No, buonoooo, buon… cazzo!”
AHHHHHHHHRRRRRGHHHHHH AAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH
La mano si tende in modo spasmodico, comincia a dare colpi e botte al camice.
“No no no no no, bbuonooooo eh, cazzo, cazzo! Quasi finito, quasi… et voilà”
La mano crolla sul fianco del lettino tipico da dentista.
Dominick esce dalla stanza. In fronte ha una specie di fascia con una lucetta, da cui spuntano lunghe e appuntite le basette. Non ha la barba, e i capelli gli si sparano sulla testa come aculei di un’istrice.
Il camice è pieno di sangue, degli schizzi feriscono il bianco medico in un dripping di violenza. I guanti di lattice sono rosati. Da una mano spunta un raschietto elettrico circolare, l’altra mano ha un paio di dati che escono fuori, tipo guanto da barbone. Dominick chiama l’infermiera.
“Sara, Sara CHECCAZZO…”
Sara arriva, ha una gonna a fiori e i capelli alla Joan Baez. Dietro gli occhiali tradisce una 50ina d’anni. Sopra anche lei ha un camice con la faccia sagomata di Diana Keaton e Woody Allen in Misterioso Omicidio a…
“Sara, il paziente…”
“Che succede Dominick, qualcosa è andato storto?”
“Si è mosso, si è mosso molto… non va bene muoversi quando si opera.”
“No Dominick, non va bene…”
“No, Sara, non va affatto bene. Ho fatto qualche taglio diciamo di troppo. Ho cucito insomma… senta se ha bisogno di qualcosa.”
Primo piano sul viso di Dominick mentre vediamo Sara che entra. Accanto al lettino la mano straziata dell’uomo e Sara, senza proferire alcunché, che si mette la mano sulla bocca in una smorfia di orrore. Il primo piano è sempre sul viso di Dominick, che chiude legerissimamente un occhio e increspa la bocca. Sara esce con uno straccio pieno di sangue.
“Era solo un piccolissimo raschiamento Sara… si è rotto un capillare. Si è mosso e non va bene muoversi.”
Dominick rientra, vediamo la mano riprendere vita e sentiamo la sua voce.
“Allora come va? Visto tanta paura per nulla, ah ah”

MUSIC PERFORMED BY NICK CAVE, LEONARD COHEN

L’uomo è sul treno, si è tolto le scarpe e i calzini e, mentre parla al telefono, comincia a sfrugugliare le unghie. Nel suo scompartimento, a dire il vero piuttosto vuoto, proprio di fronte a lui c’è una ragazza, che lo osserva incuriosita e con un certo imbarazzo. Lui è preso dalla conversazione, la ragazza fa finta di non guardarlo troppo, ma il più delle volte cede alla curiosità di questo tipo bizzarro. L’uomo  sfila dalla tasca della giacca una forbicetta e, in modo molto attento e tenendo il telefono bene aderente all’orecchio, sorride di sguincio alla ragazza e comincia a tagliare le unghie appena arcuando le sopracciglia.
“Immagina… ‘spe’, immagina uno scenario, un fatto che fa da fil rouge a tutto l’evento.”
PAUSA
“Come quale (urla, poi guarda la ragazza e torna su volumi di voce più normali, appena accennando un sorriso) evento (quasi sottovoce)? Come quale evento, la serie televisiva!”
FERMA UN ATTIMO LA MANO
“La serie, immagina che sia successo un qualcosa che lega tutto. Io pensavo a una parodia, io pensavo… ”spe, fammi finire… a Twin Peaks.”
PAUSA
“Come perché, come perché? Perché quel cazzo di Lynch è un genio del non-senso… l’unico che ha capito che non c’è un cazzo da capire e che ha dato alla gente una trama che non c’è. Insomma, dai, Twin Peaks sono un sacco di puntate su una tipa che…”
INTERROTTO A CAUSA DELLE GALLERIE. L’UOMO RIFA’ IL NUMERO
“Scusa, la linea… ecco allora io pensavo che anche qua no, anche qua scompare una tipa e tutto gira attorno questo, no?”
PAUSA
“Ma non è il già visto! No, no… non importa perché è solo un pretesto, un deus ex machina, capisci? Quello che conta sono i personaggi, le loro storie.”
SI AVVICINA UN CONTROLLORE CHE, VISTA LA SCENA, ALLARGA LE BRACCIA IN UN ATTEGGIAMENTO DI VERGOGNA E INTIMA AL NOSTRO UOMO DI RIDARSI UN ORDINE.
“Scusa, scusa, biglietto… controllore, ok ok a dopo.”
L’uomo con in mano ancora le forbicette sfila da una tasca il biglietto e lo dà al controllore che, con le braccia ancora larghe gli fa cenno di rimettersi in ordinei. La ragazza sorride divertita.
L’uomo di infila calzini e scarpe. Poi, quando il controllore si allontana alle sue spalle, gli fa il gesto del vaffanculo con il dito. Proprio accanto  a lui, però, seduto con gli occhi dal basso verso l’alto a incorniciare la scena c’è un altro controllore, con gli occhiali appena scivolati sul naso. Il nostro uomo si volta appena, lo vede, prova a sorridere, la ragazza si mette una mano in faccia e scuote vaga la testa.
Dissolvenza

attacca THE SKIN OF MY YELLOW COUTRY TEETHS DEI CLAP YOUR HANDS AND SAY YEAH (montaggio video da Elzapoppin’ e qualche frame di Fred Astaire)

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