Multiplayer.it, l’esperienza videogioco

di Davide Pellegrini

3 maggio 2011

A rischio di retorica, si può dire che Andrea Pucci, come molti visionari, è partito da un Bit. Come nasce multiplayer?

Multiplayer.it è nato nel 1999 da un bit di carta, se mi passi l’ossimoro, ovvero un manuale di HTML for dummies. Pensato, disegnato e scritto da me. Sempre a rischio di retorica, erano altri tempi, tempi da corsa all’oro nel Kentucky e ognuno prendeva un badile, un setaccio, un ronzino e correva verso Ovest.

Come spesso accade, una passione diventa professione. Abbiamo visto guide ai videogame, gamepedia, recensioni, informazioni tecniche sulle consolle, insomma come descriveresti la tua piattaforma, quali sono i contenuti di multiplayer.it?

Nel corso degli anni abbiamo cercato di trasformare un sito di notizie di videogiochi in un’esperienza. Ci siamo messi nei panni di un videogiocatore, occasionale o incallito che sia, e ci siamo chiesti cosa avrebbe voluto. E abbiamo agito di conseguenza. Multiplayer.it è un cantiere aperto tutto l’anno il cui unico scopo è rendere i lettori italiani sempre più soddisfatti. Pensa solo che differenze ci sono tra i videogiocatori del 1999 e quelli del 2011. Un abisso.

Ho letto in un articolo di questa bellissima idea di acquistare i diritti delle storie dei videogame per pubblicare dei romanzi. Come ti è venuta?

Multiplayer.it Edizioni, il nome che abbiamo dato – in modo poco originale – alla nostra divisione cartacea, esiste dal 2004. Nel corso degli anni abbiamo dapprima importato l’idea di Guida strategica, creando un mercato pressoché da zero, poi abbiamo visto nascere questa nicchia negli Stati Uniti dei romanzi tratti da videogiochi. E ci siamo detti: perché no?

I videogiochi sono diventati sempre più sofisticati: storie, immagini, gameplay, effetti digitali, tutto converge nella creazione di prodotti elaborati e sorprendenti.  L’idea è che dietro questi lavori ci siano una serie infinita di professionalità: story editor, animatori, digital artist. Com’è possibile che nel paese della creatività, dove
dovrebbe essere più facile trovare questo genere di attitudini, sia così difficile fare produzione?

Con il rischio di essere qualunquista, direi che siamo un Paese vecchio, in primis da un punto di vista politico, amministrativo e finanziario. Per sviluppare videogiochi in Francia è stata promulgata una legge speciale, con finanziamenti speciali e trattamenti speciali. Anche grazie a queste condizioni si è sviluppata un’azienda del calibro di Ubisoft. In Italia gli sviluppatori sono stati lasciati soli, senza protezione, senza soldi e senza aiuto. Oggi si sta organizzando l’associazione di categoria dei publisher (AESVI) per sopperire alla mancanza di una strategia pubblica – intendo da parte dei Governi che si sono succeduti nel corso degli anni. Tuttavia temo solo che sia troppo tardi. Oramai le grandi produzioni di respiro internazionale viaggiano ad altezze quasi irraggiungibili. Nel contempo spero che il modello distributivo digitale della Apple (e altri, come PSN o Xbox Live) possano dare nuova linfa a sviluppatori indipendenti con poche risorse.

Molti sostengono che la nascita dei browser game, grazie anche all’esplosione dei social network, sia un prossimo, possibile mercato. Alcuni dicono che forse, data l’apparente maggiore semplicità del prodotto, è probabile che questo possa finalmente favorire produzioni nostrane. È davvero così, come vede Andrea Pucci il futuro dei videogame?

L’ho anticipato nel punto precedente. Il duo iPhone/iPad ha sconquassato lo status quo delle console portatili, che vedeva Nintendo e Sony in eterna gara a due. È stato dimostrato che ci si può divertire con ottimi prodotti spendendo meno di 5 euro. Gli esiti di questo terremoto, tuttora in corso, sono del tutto imprevedibili. La digitalizzazione dei contenuti rimane tuttavia imprescindibile, resta solo da vedere in quanto tempo. Due, tre, cinque anni? La musica ha tracciato la strada alla fine degli anni Novanta, l’home video è stato travolto nell’ultimo triennio. A seguire, toccherà, temo, ai videogiochi come li intendiamo oggi: bellissime scatole di plastica e cartone con dentro uno o più dischi si trasformeranno in flussi di bit. E con questo torneremo dove siamo partiti e potremo parlare di Bit Generation compiuta!

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