Space Invaders in città

di Davide Pellegrini

20 aprile 2011

Space Invaders è rimasto il capostipite. Come Tron, avete presente? Sono quel genere di cose che creano la storia per il semplice fatto che prima di loro una storia di quel genere non esisteva. Eppure, non era il videogioco in sé, ma il concetto trasposto in esperienza video ludica: l’idea dell’invasione aliena che, da sempre, è un topos della cultura televisiva e cinematografica di tutti i tempi. Ricordate lo scherzo radiofonico di Orson Welles che, leggenda metropolitana, generò il terrore tra i cittadini al punto di provocare una fuga di massa? Oppure il bianco e nero luminescente dell’Invasione degli Ultracorpi? Solo per citare alcuni fatti davvero d’epoca. Poi, arriviamo ai moderni Independence Day, La guerra dei mondi (remake), Cloverfield. Insomma, l’immaginario collettivo, in quel gran calderone che sono le storie sociali, i grandi archetipi della narrazione, ha sospettato fin dagli albori del suo formarsi che lassù, in qualche remoto spaccato spaziale tra una stella e un pianeta, potesse esserci vita, e non del tutto pacifica. Non staremo ora a fare l’analisi psicanalitica di quel che vuol dire, ma è utile sottolinearlo: la paura di essere invasi è anche, in un certo senso, la speranza che nuove tracce raccontino esistenze diverse, possibili forme a noi sconosciute.

Poi c’è il virale. Sì, perché spesso gli alieni portano virus, malattie che si diffondono pericolosamente mettendo a repentaglio le vite dei terrestri, costringendoli a smantellare i vecchi per riconfigurare nuovi ordini. Il virus c’è in ognuno dei film citati, c’è in Independence Day, c’è ne La guerra dei mondi, fino a Cloverfield. Il virus è il contrappeso, la pena cristiana da scontare per aver ceduto alla fascinazione del diverso e dello sconosciuto. Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia, ma non sa quello che trova. La malattia è il contrappasso, lo strumento che controlla la curiosità, il coraggio, l’alterità e riporta all’ordine.

Nulla di più facile che queste due forme – l’altro da sé, e il virale – si incontrino in un esperimento di arte urbana e di guerrilla (che gli ordini tenta di scardinarli). Invaders è, infatti, un artista parigino che, nel modo dell’anonimato proprio dei Banksy, munito di asta per tacchinare, gira in notturna negli spazi delle città (i più vari, diremmo) per disseminare orme sotto forma di alieni pixelati modalità Space Invaders (game, stavolta). Roma, Parigi, Amsterdam, Tokyo, Bangkok, Mombasa, Katmandu, sul sito trovate l’elenco completo. Sono alieni fatti di tessere musive, fedelmente riprodotti sullo stile dei simpatici invasori del celebre videogioco e piazzati sui muri dei palazzi delle città come inquietanti testimoni dell’insensato vivere quotidiano degli umani. Il messaggio? Forse lasciare una traccia, se dovessimo pensarla nell’ottica del puro narcisismo d’artista, magari mettendo in risalto la singolarità ella performance; oppure, lasciare un monito per le nostre coscienze, delle presenze silenziose che fanno pensare.

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http://www.space-invaders.com/sominv.html

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