Generazione A

di Enrico Tanno

20 aprile 2011

Se siete nati tra la metà dei ’70 e i primi del 2000, se avete aperti oltre a questa finestra cose come facebook, skype, msn o forse cose più umide, se avete trovato questo articolo da google, se avvertite un leggero senso di vuoto quando finisce una puntata di Lost e non sapete che lavoro farete tra cinque anni: congratulazioni, fate parte della Generazione Y.

Dopo il celebre Generazione X del ’92, Douglas Coupland quasi vent’anni dopo scrive Generazione A, regalandoci un’altra visione fredda, ironica e disillusa su un’intera fascia di popolazione, anche se con qualche speranza.
Il titolo è tratto da un discorso di Kurt Vonnegut, creatore tra le altre cose di Mattatoio Numero 5, per l’apertura dell’anno accademico alla Syracuse University:
«Ora, voi giovinastri volete un nome nuovo per la vostra generazione? O forse no, volete solo trovarvi un lavoro, giusto? Beh, i media ci fanno un grandissimo favore a chiamarvi Generazione X, vero o no? Giusto a due lettere dalla fine dell’alfabeto. E dunque io ora vi battezzo Generazione A e vi dichiaro all’inizio di una serie di trionfi e fallimenti spettacolari, allo stesso modo di Adamo ed Eva tanti anni fa».

La storia è ambientata nel 2020, il mondo è iperconnesso, le persone sono diventate ciò che cliccano,  le loro case mappate su google, le loro conoscenze wikipediche e i loro passati su you tube. La profezia di Einstein sta per avverarsi: le api si sono estinte, ma l’umanità è ancora sulla terra e cinque ragazzi in diverse parti del mondo sono stati punti.
Ed è così che Samantha, bella personal trainer neozelandese, Zack, coltivatore di grano nell’Iowa che spende il giorno facendo disegni nel grano, Julien, parigino universitario video-game dipendente, Diana, igienista dentale dell’Ontario affetta dalla sindrome di Tourette e Hari, centralinista dello Sri Lanka, si trovano investiti da un’ondata di notorietà internazionale e fama che mai pensavano potessero avere. In breve tempo, però, vengono fatti prigionieri da scienziati che li sottopongono a diversi test e li trasferiscono in un’isola vicino l’Alaska dove i nostri malcapitati, sotto ordini di un’oscura organizzazione, si raccontano storie a turno: si tratta di un Decamerone postmoderno come ci dice espressamente Coupland. Parallelamente l’umanità studia un farmaco, il Solon, che altera la percezione della realtà trasformandola in un continuo presente, rendendo la solitudine piacevole e autosufficiente, facendo sparire la paura del futuro e la volontà di relazionarsi con altri individui. Procura gli effetti della lettura di un bel libro, dove si annulla ogni preoccupazione per il mondo esterno e per lo scorrere del tempo. Dal lato opposto c’è la voglia di raccontarsi storie come per preservare uno spirito di unione, di umanità e di verità in un contesto alienante e spiazzante. Le storie acquistano nel libro un ruolo fondamentale e urgente: riscattare il mondo così come lo conoscevamo, vero, vivo, fatto di persone che esistono e danno forma a storie che si possono raccontare, che si possono inventare e stravolgere per passare una serata a stupirsi e a ridere di cose che avremmo potuto vivere noi stessi. Non è un caso che lo storytelling stia esplodendo in questo periodo, dove anche grandi e piccoli brand hanno bisogno di raccontarsi, di umanizzarsi e avere una comunicazione calda e amichevole.
Nell’incipit del libro leggiamo:

«Com’è possibile essere vivi e non interrogarsi sulle storie di cui ci serviamo per ricucire questo posto che chiamiamo mondo?».

Buona lettura.

Curiosità:

C’è una sezione nel sito ufficiale di Coupland chiamata Couplandisms dove c’è una sorta di lista di sentenze, ve ne traduciamo alcune:

I veri assassini nel mondo del business non sono quelli che mirano al top, ma quelli che mirano a due tacche sotto la cima.

Se i gatti fossero stati grandi il doppio, probabilmente sarebbero stati illegali.

Ci stiamo avvicinando ad un mondo fatto di galere e shopping.

Si spende gran parte della vita ad essere vecchio, non giovane.

Le avventure senza rischi sono a DisneyLand

Capisci cosa non fai bene nella tua vita, e poi non farlo.

L’economia moderna non riguarda la ridistribuzione della ricchezza, ma del tempo.

Dio è ciò che ci tiene insieme dopo che l’amore è andato.

Qui invece potete vedere un’intervista allo scrittore sul libro Generation A:
http://www.youtube.com/watch?v=4TOgPuZjgrs

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