Alessandro Canale

di Davide Pellegrini

20 aprile 2011

Come ho conosciuto Alessandro non è importante. Lo è molto di più che è stato come un ritrovarsi dopo parecchio tempo che non ci si vedeva. È come se ne avessi sospettato da sempre l’esistenza. Sono un fanatico dell’intelligenza, dello scettico disincanto e dell’ironia, tre elementi che fanno da base alla malinconia di chi osserva e respira le cose attorno ogni santa mattina che tira giù i piedini dal letto. E se incontro qualcuno così (cioè, quasi mai…) è una festa. Alessandro era nella sua agenzia, Y&R, questo lo ricordo, e quando ho saputo (quasi per caso) che avevo scritto un libro (un altro, oltretutto), all’inizio me la sono presa perché non mi aveva avvertito, poi gli ho scritto perché cavolo non aveva fatto trapelare un’acca. E lui mi ha risposto «non pubblicizzo mai quello che scrivo». Detto da un pubblicitario, mi ha fatto pensare. Potete giurarci Raga. Porcodìghel!

Alessandro, come ti è venuta l’idea?

Un giorno, non chiedermi quando dove e come perché non me lo ricordo, mi si è appalesata in testa la situazione di una famiglia normale costretta a confrontarsi con la sessualità di un figlio diversamente abile ormai adulto e a doverla gestire. Una condizione in teoria sostenibile, ma nella realtà assolutamente destabilizzante. Immaginando quindi una specie di mr. Wolf in grado di risolvere quel preciso problema, e dovendone ipotizzare carattere, spregiudicatezza, pragmatismo e cinismo necessari, è iniziato a venir fuori il Caspani. Per farsi venire in mente un’attività del genere poi, un tipo così doveva avere una storia, dei traumi e delle eccentricità delle quali dovevo rendere conto al lettore. E più andavo delinenandolo, più Caspani si rivelava già conosciuto, serenamente vero e tipicamente italico. Non era un assurdo letterario, una licenza poetica, era uno di noi. Amorale con un’etica. Cialtrone con una sua profondità. Rivoluzionario ma conservatore. Un ossimoro vivente, la perfetta personalizzazione del “ma anche” veltroniano.

Caspani è irregolare, faccendiere e superficiale, ma è un dritto che fila via liscio nel pensiero. Non so… mi ha fatto pensare a una tipologia letteraria. Sbaglio, o c’è qualcosa che ti ha influenzato?

Come succede spesso d’inverno, le influenze me le prendo ma me le faccio in piedi. Nel senso che è impensabile che letteratura, cinema e teatro non mi lascino dentro tracce indelebili, ma poi anarchicamente mi illudo di scrivere quello che mi piace senza doverne rendere conto a movimenti letterari o pagare dazio a filosofie varie. Io mi ritengo un realista, nel senso che la mia principale fonte di ispirazione rimane sempre la realtà. «Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sogni la tua filosofia». Shakespeare lo fa dire ad Amleto nel primo atto, tanto per mettere subito in luce il concetto e non doverci più tornare sopra. Ergo, la vera influenza me la dà quello che mi succede intorno.

Sono attaccato a questo spirito caustico, all’intelligenza dissacrante e “incazzosa” che ne viene fuori. Pensa che uno dei libri che ho trovato più belli è Viaggio al Termine della Notte di Céline. C’è molto di Canale qua. Non parlo di autobiografico, ma della vena di disincanto del grande pubblicitario. Che mi dici?

Bukowski sosteneva di amare Céline perché si era tirato fuori le viscere e ci aveva riso sopra. Ecco, questo mettere insieme il doloroso cavar fuori le intimità più nascoste con il ridere di ciò che ci si ritrova davanti agli occhi è un istinto anti retorico che sento assolutamente personale e che, immodestamente, mi permetto di condividere con l’autore del Viaggio. Che poi nel caso di Porcodìghel le budella che maneggio, più che le mie, siano quelle della società in cui stiamo vivendo, è un fatto secondario. Comunque anche nel lavoro di pubblicitario questa attitudine è importante. Affrontando la comunicazione di un prodotto, di un brand o di un comportamento sociale è fondamentale non rimanere rispettosamente a distanza dall’oggetto in questione, come davanti ad una immagine sacra da glorificare acriticamente, ma impegnarsi pervicacemente a metterci le mani dentro. A ignorare le comunicazioni ufficiali per arrivare a farsene un’idea propria. Solo conoscendo qualcosa fino in fondo si potrà comunicare con serietà, efficacia e rispetto. Rispetto sia nei confronti del prodotto stesso che dei consumatori. In poche parole, solo quando il re è nudo lo si può rivestire meglio.

Quanto aiuta sapere di comunicazione? Voglio dire, il linguaggio inventato, i modi di dire, le metafore che viaggiano veloci. Mi hai sorpreso.

Qualsiasi essere umano comunica e lo fa a suo modo. Questo per dire che non bisogna studiare comunicazione o lavorarci per scrivere dei libri. Salinger ad esempio, con la sua esistenza nascosta e forastica, penso rappresenti il più alto esempio di refrattario comunicatore nella vita e grandissimo comunicatore nella scrittura. Per quanto mi riguarda poi, trovo che l’applicazione di “sapienze” e quindi metodi alla scrittura finisca per rendere tutto meccanico, automatico e quindi falso e pre confezionato. Motivo per cui la mia risposta è un deciso rifiuto all’aiuto di metodologie propeduetiche alla scrittura. Certi sapori o fanno parte di te o non sarà la scuola Radio Elettra a dartele. Io scrivo come parlo e chi mi conosce può confermare che la colloquialità dei miei libri è la mia di tutti i giorni. Non mi “travesto” per scrivere, non mi ripulisco in un tono di voce letterario. Io sono per la tradizione orale messa su pagina, un Omero dei poveri insomma. Il che, se per alcuni benevolenti può apparire uno stile originale, per molti altri può apparire un’espressività limitata se non addirittura troglodita. Poco male, ma se dopo aver sorpreso te sorprenderò positivamente anche qualcun altro degli amici di Laundry, ne sarò felicissimo e Porcodìghel avrà raggiunto il vero obiettivo per cui l’ho scritto.

Comments:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Registrati alla nostra newsletter per avere aggiornamenti editoriali dalla redazione.