Psyop, la forza del team

di Davide Pellegrini

18 novembre 2010

C’è qualcosa quando penso a questo paese che proprio non mi va giù. Una, chiamiamola così, contraddizione in termini, talmente palese da non lasciare via d’uscita.
Se non il disappunto. Se è vero, come è vero, che la vita è un compendio di esperienze che si accumulano di giorno in giorno, fatte di incontri, relazioni e scambi tra i più vari,
e se tutto ciò potesse venire espresso con semplici concetti, semplicissime frasi, beh direi che questo popolo ha dalla sua una straordinaria fantasia, un’incredibile capacità di inventare e costruire mondi fiabeschi, surreali, talvolta lirici e stupefacenti e nessun ordine, metodo, compostezza per realizzarli strutturandoli in progetti davvero fattibili.
Eh sì, perché a un attento osservatore non potrà sfuggire che, perché un racconto possa esistere, c’è chi lo scrive, c’è chi lo corregge, poi magari arriva chi lo progetta e realizza nel formato di libro, c’è chi pianifica la promozione e il marketing, organizzando la distribuzione o i vari incontri con l’autore, ecc. Insomma, in Italia il problema è che tutti sono tutto e nessuno è ingranaggio del sogno, del progetto altrui; voglio dire, mica si può essere ugualmente poeti, scrittori, cartoonist, visual designer. Bisognerà pure essere il tecnico di qualcun altro una volta tanto nella vita.
Perciò, pensando e ripensando a come comunicare questa specie di contraddizione, questo vero e proprio problema culturale, mi è venuto in mente di proporvi un gioco alla Escher: una scatola dentro la scatola.
Immaginate di essere una factory americana, diciamo Psyop, uno di quei mostri che lavora al massimo nelle tecnologie digitali, tra motion graphic, 3D e altro. Immaginate che, passeggiando tra i tipici programmatori vestiti casual-sportivo, con capelli lunghi, occhiali e game device in mano, a un tratto la porta alle vostre spalle si apra ed entri un account sparato con un sorriso a fargli uno squarcio alla De Andrè sulla faccia e dica:

«Ragazzi, ho il BRIEF! Il brief di Coca Cola..»

Un applauso squarcia l’aria chiusa di uno degli open space di questa grande azienda, posizionata tra LA e NYC, e si comincia. Come una fabbrica, ognuno si mette in filiera e dà il suo contributo. Obiettivo finale: far risaltare l’identità di un modo di lavorare vincente che recita nel suo claim PERSUADE::::CHANGE::::INFLUENCE. Nulla di male, anzi, Psyop del resto è la crasi-sintesi di Psychological Operation e parte dall’idea che tramite l’animazione e il visual si possa cambiare il modo di pensare della gente. Andiamo! Inutile fare resistenza! Non vi siete commossi davanti ai capolavori di Pixar, come Monster e Co. o Nemo o Ratatuille? E allora converrete con me che anche la pubblicità, che ormai sappiamo conservare il retro-pensiero strategico della vendita di prodotto,  possa riconoscersi il diritto di far pensare, o di intrattenere o di raccontare storie.
Perfetto. Torniamo al nostro brief. I creativi e tecnici di Psyop decidono: faremo vedere l’interno di una macchina distributrice di Coca Cola! Spiegano concitati: «Un ragazzo arriva, mette i soldi nella fessura e aspetta che la bottiglietta di coca rotoli giù, ma noi – il punto di vista di chi guarda – nel frattempo siamo dentro il distributore, in un mondo popolato di strane creature fantastiche che si sono attivate come in una stranissima fabbrica per preparare la bottiglia al viaggio che lo porterà nelle mani del ragazzo».

Ecco perché mi ha colpito: ho avuto l’idea che Psyop stessa, nel darsi un ordine tra il creativo e il tecnico, nel ricostruirsi come factory, in quello spot non facesse alcuno sforzo. Stava semplicemente descrivendo se stessa, anche se con una variante: nel metodo lasciar sopravvivere lo stupore della fantasia, l’emozione dell’immaginazione. Se leggiamo tra le righe del loro sito, ecco come si descrivono:

AT PSYOP, THE CREATIVE PROCESS BEGINS WITH STILL IMAGERY GENERATED BY A TEAM OF DESIGNERS AND COMPOSED  FORM DRAWN ILLUSTRATIONS AS WELL AS PHOTOGRAPHS…

Insomma, un lavoro in team in cui non si premia l’individualità, ma il processo. Qualcosa che dovrebbe farci pensare…

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