Metropia

di Enrico Tanno

18 novembre 2010

Europa 2024

«La fine del millennio segnò la fine di molte cose. Le risorse naturali si estinsero, i mercati globali delle finanze crollarono, e la crisi che collegava il destino di tutti, lasciò l’individuo isolato in rovina.

Dicendo che pace e mobilità ci avrebbero salvato da questo collasso, la Trexx Inc. collegò tutte le metropolitane europee all’interno di un gigantesco sistema chiamato La Metro»

Questa non molto remota visione di un futuro prossimo è l’inizio di Metropia, avvincente film d’animazione diretto da Tarik Saleh, nato Stoccolma nel 1972, ex graffittaro della periferia ovest della capitale svedese e ora fondatore della Atmo Media Network, co- regista di documentari come Gitmo – New rules of war e Sacrificio – Who betrayed Che Gevara.

In metropia, Roger, impiegato in un call center di Stoccolma, si definisce una persona “normale”: scontento del suo lavoro, della vita sociale e dell’impossibilità di addossare colpe e responsabilità a qualcun altro. Sarà proprio lui, invece,  a rompere gli schemi grazie all’incontro casuale con un’affascinante femme fatale con la voce di Juliette Lewis che lo induce a svegliarsi, a non dar retta alle voci che sente in metro, che poi altro non sono che le voci di operatori della Trexx Inc. che grazie ad uno shampoo antiforfora controllano il pensiero dei pendolari e guardano nelle loro abitazioni tramite telecamere impiantate nei televisori.

In un atmosfera kafkiana a dir poco ansiogena, che ricorda Brazil di Terry Gilliam e Immortal ad Vitam, film tratto dai fumetti di Enki Bilal,  il nostro Roger, voce di Vincent Gallo, si risvegia, si ribella e cerca la verità,  come Winston Smith la cercava 40 anni fa in 1984 di Orwell.

I personaggi in 3d sono mappati con vere fotografie, con un sapiente uso di profondità di campo, compositing e post produzione. L’unica pecca sembra l’animazione dei personaggi che a volte risulta poco credibile,  ma nel complesso si ha un effetto finale di “bambole” fotorealistiche in movimento che ricordano il pop surralism di Mark Riden.

Certo è che se Tarik Saleh non fosse nato e cresciuto nei paesi Scandinavi credo che non avrebbe mai sentito il bisogno di creare Metropia, ma nessuno meglio di Lou Reed in Blue in the face può sintetizzare tal concetto:

Comments:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Registrati alla nostra newsletter per avere aggiornamenti editoriali dalla redazione.