Fake in Digital Poetry

di Enrico Tanno

29 agosto 2010

Avete mai pensato a quello che vi circonda? Se posate gli occhi con attenzione sulla realtà, che ogni mattina che vi svegliate vi salta addosso con il suo andare vorticoso nessuno sa bene dove, vi renderete immediatamente conto che quasi nulla coincide con la sua rappresentazione sul piccolo e grande schermo. Rincorriamo, come in un grande sogno ad occhi aperti, la remota possibilità d’essere altro e d’essere altrove; siamo in tensione verso la nostra trasformazione in immagini toniche, iper-reali, fuori dal tempo, sospese in una dimensione tra l’onirico e l’estetico, paesaggi paradisiaci, compagni d’avventura irraggiungibili, problemi epocali risolti con la brillante scioltezza del fumetto, sguardi imperturbabili per sorrisi ineffabili.

Bene. Questo inseguimento verso il nostro alter-ego, avatar, inconscio lanciati a duemila all’ora verso la gloria e la felicità, è destinato a fallire. Sappiatelo. Non tutto si spiega con Strange Days o The Final Cut… non tutto è realmente possibile. Certo è che – pare dimostrato o dimostrabile scientificamente – immaginare se stessi in uno spazio d’opportunità aperto, in un moto perpetuo che prelude e promuove il cambiamento, fa bene all’anima. Il mondo delle possibilità ci parla finalmente con una nuova lingua e, puntando il dito, ci dice: tu diventerai questo!

Non è il senso del trionfo dei reality questo processo di identificazione di sé in un luogo metaforico messo proprio là, davanti al cancello del successo, varcato il quale saremo per sempre in un nuovo altro livello del videogioco della nostra vita? Sono in un nuovo quadro!

Ora: con la stessa freddezza, immaginate che sia possibile estrapolare voi stessi, i vostri ricordi, le vostre ambizioni e aspettative in una specie di meta-storyboard da rimontare in storie possibili utilizzando l’ipermercato dell’immaginario collettivo. Insomma, fotomontaggi, ipertesti, cut-up, digital interactive design… immaginate che la vostra diventi la storia di un mondo che si interconnette con i modelli presi a prestito dalla cultura mainstream.

Ma cosa è, in effetti, il digital poetry? Dice Wikipedia:

There are many types of ‘digital poetry’ such as hypertext, kinetic poetry, computer generated animation, digital visual poetry, interactive poetry, code poetry, holographic poetry (holopoetry), experimental video poetry, and poetries that take advantage of the programmable nature of the computer to create works that are interactive, or use generative or combinatorial approach to create text (or one of its states), or involve sound poetry, or take advantage of things like listservs, blogs, and other forms of network communication to create communities of collaborative writing and publication (as in poetical wikis).

Digital computers allow the creation of art that spans different media: text, images, sounds, and interactivity via programming. Contemporary poetries have, therefore, taken advantage of this toward the creation of works that synthesize both arts and media. Whether a work is poetry or visual art or music or programming is sometimes not clear, but we expect an intense engagement with language in poetical works.

Un movimento, un mix-up irrefrenabile e continuo frutto del post post-moderno? Noi la vediamo come il vostro nuovo mondo, una possibilità di spararsi altrove, magari a dialogare con tutto quello che ci piace e desidereremmo avere o essere. E per farvelo capire ancora meglio vi parleremo della possibilità di portare la metrica della poesia nel visivo, o visuale, e di fare in modo che un racconto poetico diventi immagine/immaginazione, superando tutte le barriere dell’evidenza, come nel caso di David Lynch o, ancora di più, come in Tim Burton, poet, novelist e, soprattutto, fingitore di altri universi. Nel loro caso, più che in altri, l’esempio calza alla perfezione e i linguaggi si fondono: ‘onirico sconfina con la black comedy, il surreale “cupo” di Allan Poe ruzzola sui piedi dell’astrazione amara di neo-artisti come lo stesso Chris Sickels di Red Nose Studio.

Noi vi dedichiamo Vincent, voi dedicatevi 5 minuti di tempo…

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